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Meglio di Jurassic Park

 

Narrativa – Dinotrappole. Matteo De Benedittis ed. San Paolo

Divertentissimo, anzi, di più: groaaaarghh! Arrivati a cinquant’anni, si sa, gli uomini cominciano a comprare auto decapottabili, a praticare sport improbabili, a tatuarsi o depilarsi (l’una o l’altra opzione dipende dalle condizioni di partenza), oppure si mettono assieme a ragazzine appena maggiorenni. Io a cinquantadue anni ho letto le “Dinotrappole”! Ed è un bellissimo modo per sentirsene otto, di anni, cioè l’età che avevo quando nel supermercato UPIM di via del Lavoro, a Bologna, trovai un libro sui dinosauri (suppongo l’unico esistente all’epoca) che consumai a forza di sfogliarlo. Quindi sì, Davidino, il protagonista, l’ho trovato molto credibile, da subito. E mentre io sfogliavo il libro di Matteo De Benedittis, e il mio fanciullino zompettava fra trappole e rettili, leggendo, non potevo che pensare che l’autore di Dinotrappole è proprio bravo! Perché non basta insegnare italiano, avere un figlio, degli alunni, e suonare il basso per inventarsi una storia così dolce e un linguaggio così colorato: son cose che non si improvvisano, bisogna essere in gamba, molto più del protagonista di Jurassic Park. Così le pagine dedicate a Davidino che, assieme a una compagna di classe nel giardino della nonna paleontologa, cerca di catturare dinosauri perché gli insegnino come si fa a diventare uno di loro, si leggono che è un piacere. Da otto a ottantotto anni d’età.

ISBN 978-88-215-9973-6

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Fata barbuta

 

Narrativa – FIABE COSI’ BELLE CHE NON IMMAGINERETE MAI. Ivano Porpora, LiberAria Editrice

Efficace. Dire che conosco Ivano Porpora sarebbe un falso storico, perché in realtà ho letto alcune sue cose, gli ho chiesto l’amicizia su Facebook, lui ha accettato, e così quello che so di lui è frutto degli algoritmi di un social network. Però devo ugualmente confessare un conflitto di interesse: per quel che lo conosco, Ivano Porpora mi è molto simpatico. Sarà perché è uno che ha un suo vissuto non semplice, sarà perché è uno che ha fatto dello scrivere la sua ragione di vita e di lavoro, sarà perché interpretiamo entrambi -lui con meno successo di me- questo archetipo della bellezza maschile stempiata, barbuta e (leggermente) sovrappeso che ci rende entrambi bellissimi. Insomma, lo ripeto, mi sta simpatico e penso che sia una gran bella persona. Così, quando è uscito “Fiabe così belle che non immaginerete mai” l’ho comprato subito, proprio perché mi incuriosiva come avrebbe interpretato il genere: direi che l’esperimento è riuscito molto molto molto bene. Non so se Ivano racconta queste  Fiabe ai suoi nipoti, forse è meglio di no, non tanto per i contenuti, di cui parleremo dopo, ma per l’italiano utilizzato, che è colloquiale, sgangherato, e allo stesso tempo non rinuncia ai tòpoi propri delle fiabe, primo fra tutti la reiterazione. La forma scelta quindi è il più grande rischio che si è assunto l’autore: può risultare simpaticissima, oppure inutilmente pesante. Vi dirò: il reame lontanissimo, alla quinta fiaba, avrebbe rischiato l’apocalisse nucleare, se solo avessi avuto a portata di mano il pulsante rosso. D’altro canto la forma scelta dovrebbe essere la più funzionale al contenuto, quindi da un punto di vista tecnico si deve concludere che sì, il linguaggio utilizzato è molto funzionale al contenuto di queste fiabe, che sono stralunate, sentimentali, personali, insomma molto moderne. Ma ciò che rende godibile il libro sono le morali che, immancabilmente e quasi sempre almeno in tre, sono presentate alla fine di ogni fiaba: morali che sono una rasoiata qui, sullo sterno, che arriva dritta al cuore, e non ne esce più. Grazie, Ivano, per queste fiabe così belle che non avremmo mai immaginato.

ISBN 978-88-97089-92-6

 

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Se Yoda non è credibile

Narrativa – Mio fratello rincorre i dinosauri. Giacomo Mazzariol. Einaudi

Sentimentale. Giacomo ha un fratello con i superpoteri e un cromosoma in più. Giacomo registra una video-intervista al fratello, e il video diventa virale su Youtube. Giacomo ha diciannove anni. Giacomo scrive un libro davvero delizioso, che ha un meritato successo. Giacomo è bravo, e mi sta simpatico perché sembra pure umile -cosa rara- e dedica lunghi ringraziamenti al tutoraggio di Fabio Geda e all’editing di Francesco Colombo, due grandi professionisti. Giacomo è un buon ragazzo, ha una famiglia stupenda (se ne vedono i frutti), e il libro è un buon libro, tenero, comico, sentimentale, da leggere d’un fiato e con grande coinvolgimento. ”Mio fratello rincorre i dinosauri” è un prodotto perfetto nel suo genere. Diventerà un classico, magari un classico per ragazzi? Glielo auguro, ma non credo. Il libro ci fa vedere come sia possibile cambiare prospettiva nel guardare le cose, e trarne grande beneficio. Sotto questo aspetto ”Mio fratello rincorre i dinosauri” è una grande opera, un ottimo libro di formazione, e leggerlo fa un gran bene.  L’efficacia svanisce quando ci si sforza di tradurre questo concetto in parole (metti caso che i lettori non avessero capito), e allora ci troviamo a pagina 129, di fronte al dialogo fra Giacomo e il ventenne Davide, down con il superpotere di fare bene le frittelle, dove sembra di assistere a una scena fra Like Skywolker e Yoda. Ma il meccanismo si inceppa, Yoda-Davide non è credibile, e compare un retrogusto “non so che di artificiale” che non ci abbandona più nemmeno a lettura finita. Quindi alla fine non è un gran male se, ad esempio, si rinuncia ad indagare sulle motivazioni della famiglia di Giacomo: che è splendida, ma non sappiamo perché. Questo dal punto di vista poetico va bene, ed è anche plausibile che un ragazzo non sia coinvolto nei travagli degli adulti, ma priva l’opera di spessore. Si aggiungono poi delle considerazioni di carattere più generale, che forse non sono strettamente inerenti la valutazione di questo bel libro, ma non si può pensare di affrontare un tema così delicato senza suscitare riflessioni di carattere più ampio. L’idea di attribuire al fratellino dei “superpoteri” è tenerissima. Purtroppo a me viene l’orticaria tutte le volte che incappo (e succede spesso, purtroppo) nella frenesia giacobina di cambiare nomi alle cose. Lo trovo manipolatorio. Non cambia la sostanza dei fatti ribattezzare operatore ecologico uno spazzino, o  ministra un ministro. Cambiare il nome alle cose è violenza, è una forma di omologazione sociale incettabile. Se per consuetudine il buonsenso collega certe parole a certe cose, il significato delle parole è quello, non lo si può cambiare a forza, e magari entro certi limiti è anche meglio così: quando gli apprendisti stregoni cambiano il nome alle cose per imporre una ideologia realizzano la forma peggiore di assolutismo che si possa immaginare. Vogliamo essere naturali in tutto, ma non nella sociologia. Quindi sparo sulla croce rossa e affermo con forza che le persone disabili non sono speciali e non hanno superpoteri. Chi di non è afflitto da una, sia pur piccola, disabilità? “Tutti sono disabili” ci dice Yoda-Davide parlando con Mazzariol. Le persone disabili vanno accolte e amate, e accettate, e se siamo fortunati riusciamo ad imparare qualcosa da loro, in quanto persone. Persone, appunto. Senza nomignoli edulcoranti. Con il significato profondo che la parola si porta dietro e che il libro non indaga.

ISBN 978-88-06-22952-8

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E se Jane Austen tornasse in pista?

Narrativa  – On the road again. Giorgio Olmoti. Ed. Round Midnight 

Piacevole. Come leggere un libricino sotto l’ombrellone, e ritrovarsi a ridere mentre tutti in spiaggia  ti guardano perplessi. Questo l’effetto che fa “On the road again” di Giorgio Olmoti, non solo nel racconto d’apertura (dove lo scrittore, bambino, finisce in un gorgo di merda di maiale, leggere per credere), ma anche in altre delle 20 composizioni che troviamo nel libro. Qui non voglio parlare della poetica del viaggio, dei riusciti cameo di emarginati, della capacità evocativa di luoghi più o meno squallidi su e giù per la penisola, e del blues, e della frittura di pesce, e dei boschi sopra Attimis. Quasi tutte cose che, in effetti, si trovano anche altrove, benché qui siano presenti con grande efficacia. Mi interessa invece riflettere sul linguaggio utilizzato: un linguaggio discorsivo, arruffato, disarticolato. Non certo un buon italiano, ma di sicuro un italiano estremamente adeguato al contenuto, per nulla casuale, anzi studiatissimo, ed è il maggior pregio e l’aspetto più godibile dell’opera.

L’autore vuole parlarci della sua vita “d’artista” (con moglie, figlia e cane…) e il risultato è una serie di racconti sgangherati, con un protagonista fantozziano ma non ragioniere, calato in molti dei topoi propri della realtà italiana degli ultimi decenni, che in effetti viene percorsa tutta, e bene, quasi senza accorgersene.

Che poi, come nota a margine, ci si potrebbe chiedere se non sarà il caso, prima o poi, di trovare un libro scritto in buon italiano con protagonisti che non siano ”uomini qualunque”. Che se ci si investe un nanosecondo, in un pensiero del genere, vien da farsi una Googolata per scoprire dove è sepolta Jean Austen (non Manzoni, che sarebbe troppo), e da andare a tirarla fuori dal sarcofago, perché, ecco signora… signorina…. vede, avremmo tanto bisogno di uno di quei racconti dei suoi, sì quelli con ragazze intelligenti ma carine, uomini virili e facoltosi, feste e… e no, nossignora, non è il giorno del Giudizio Universale … e di belle case e bei giardini… sì, le ragazze devono avere qualche spasimante non raccomandabile, ma solo per un attimo, e nessuno di loro deve scassarsi di alcool in discoteca…. Sì, signora, lo so che in Inghilterra ci date dentro con il whisky ma qui facciamo finta di no, al massimo del rosolio… e insomma, donna, stai zitta e mettiti a scrivere!  On the road again! E fai dei bei dialoghi, che poi a tradurlo ci pensiamo noi, che l’italiano rende meglio dell’inglese.

ISBN: 978-88-98749-02-07 

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L’oro inaspettato

Fede – Credo / Gloria ai tre. Giovanna Di Luciano Ancora Editore

 Per i cercatori d’oro di ottocentesca memoria doveva essere una bella sorpresa trovare nei torrenti, fra i ciottoli, sotto l’acqua corrente, le pepite d’oro.  È proprio questa l’emozione che ci donano i lavori di Giovanna Di Luciano. La Chiesa postconciliare sembra privilegiare un approccio spontaneo, informale, alla Liturgia e alla preghiera. Così assistiamo a Sante Messe accompagnate da cori e schitarrate più adatti forse a un falò sulla spiaggia che a una cerimonia religiosa, dove le preghiere sono recitate, quando lo si fa, come poesie mandate a memoria. Eppure si tratta di testi preziosi, che racchiudono l’essenza della nostra Fede e della nostra Cultura. Questo approccio così “leggero” non è di per sé privo di fascinazione, se si privilegia l’immediatezza: allo stesso modo non è di per sé una cosa disprezzabile l’acqua dei torrenti che scorre limpida e leggera fra sassi colorati.

Però, se si cerca di vivere la Fede incarnandola, come dev’essere, nel proprio quotidiano, specie in quello complesso e drammatico del giorno d’oggi, c’è bisogno di una formazione profonda, ispirata, documentata. Una formazione che per essere efficace deve essere di facile fruizione, appassionata e appassionante. Tutte queste caratteristiche, rare e pregiate, si trovano nei libri di Giovanna DI Luciano, docente di religione nella scuola superiore. Ogni frase, ogni parola delle preghiere più note viene studiata come una pietra preziosa e valorizzata con una rete di riferimenti a testi sacri davvero imponente. Il lavoro affrontato dall’Autrice deve essere stato davvero tanto, pari forse solo alla Fede che si fa tangibile fra le sue righe. Eppure ciò che ne risulta sono libricini snelli, piccolini, di lettura agile quanto suggestiva. Libri utili per la crescita personale, ma anche per una condivisione in famiglia, o a scuola, dove gli adulti possono far percepire, prima ancora che capire, a chi sta ancora crescendo la profondità di testi noti ma non studiati. Sono libri ideali per dare un senso non banale ai momenti di preghiera comune che pure dovrebbero trovare spazio nella fenetica vita quotidiana. Davvero, questi testi valgono tanto oro quanto pesano.

Credo. ISBN: 88-514-1184-0  / Gloria ai tre. ISBN: 9788851416409

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Inoki non sta sul ring

Narrativa  – Nel nome della madre. Alessandro Greco. Miraggi Edizioni.

Appassionante. Ci sono libri che si dischiudono come convolvoli e ti lasciano vagare a piacimento nel loro mondo. Altri che ammiccando ti conducono in una specie di minuetto, dove a un passo dell’autore ne corrisponde uno tuo. Più raramente, ci sono libri che ti piombano addosso come un wrestler, ti sollevano di peso, ti fanno roteare un po’ in aria e ti schiantano al suolo. E ti tengono giù, a suon di ceffoni, se solo osi alzare un sopracciglio. “Nel nome della madre” fa proprio questo. Il lettore viene teletrasportato in una specie di Resident Evil emotiva, dove non si lascia intentato nessun espediente narrativo per coinvolgerlo nella trama. Che è intensa, drammatica, commovente. Che poi non è una trama perché è vera. Come si sta con un vicino di casa terribile che pianta chiodi sulla parete della tua camera da letto tutta notte, fino a fare una breccia nella parete? Come si sta quando leggi che questo vicino è il tumore al cervello che sta devastando la tua vita di giovane padre di famiglia e promettente professionista? Come si sta quando leggi di un bambino che si chiama Edoardo, che poi non è più? Come si sta quando la persona alla quale capita tutto questo è uno scrittore, uno che scrive bene per giunta, e ti racconta la sua vita? Si sta che alla fine passi una notte a leggerlo, quel libro, e quando ne scrivi non dici nulla di come va a finire, perché è come per i gialli, per saperlo bisogna comprarlo. Compratelo. E poi vi accorgerete di volergli bene, a quello scrittore, per la sua sensibilità e per tutte le cose belle e terribili che ha voluto condividere (sia pure a suon di cazzotti) con voi. Così gli si perdona tutto, anche la maiuscola nel titolo, che fa pensare a un libro sdolcinato, femminile, mentre ogni parola cola testosterone. Anche nella sensibilità dolcissima che l’autore dedica alle sue donne. Nel nome della madre, nell’abbraccio di un (grande) padre.

ISBN 978-88-96910-82-5

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Sirena adriatica

Poesia  – L’antiriva.

Valeria Di Felice. Ed. Di Felice.

Intrigante. Scrivere critica letteraria sulla poesia è tecnicamente inutile e, anzi, le cattive critiche sono una delle ragioni per cui alla poesia non si tributa al giorno d’oggi l’attenzione dovuta. Sì, perché o ti chiami De Sanctis, e decrittando una lingua e una cultura arcane diventi con effetto diapason l’aedo di un poeta vissuto secoli prima, oppure perisci nello sforzo. Tu, e l’innocente poeta. Perché ridurre a un mero commento in prosa, senza poi esserne particolarmente dotati, ciò che è stato pensato e scritto in poesia è come mischiare l’acqua con l’olio. Il che, notoriamente, non serve a nulla. Non serve apparentemente a nulla come le conchiglie che si trovano sulle spiagge dell’Adriatico. In effetti l’immagine che mi evoca “L’antiriva” di Valeria Di Felice è proprio quella della spiaggia di Martinsicuro, in una giornata d’inverno, mentre il mare è immoto e cielo, acqua e bagnasciuga sono lunghe e pastose pennellate di minima variazione cromatica. Quindi già mi trovo in dissonanza con l’immagine di copertina del libro, quella di un mare in tempesta, e con il sentire stesso dell’autrice contenuto del libro. Ma tant’è: perché qui si trova la poetica del confine, tra biblioteca e senso, tra lirica e virtuosismo barocco, e spetta al fanciullino che è in ciascuno di noi decidere in che verso sconfinare. Non sono versi facili quelli di Valeria. Ma mi piacciono le sfide, e ciò che è facile per lo più non conduce a nulla. Quindi le ho lette e rilette queste poesie, cullato da immagini chiarissime e affascinanti, mentre scoprivo il segreto dei versi più criptici. Certo è che ciò che vi leggo io difficilmente sarà ciò che vi legge un altro, benché entrambi cullati dal medesimo ritmo del respiro profondo di un mare in tumulto. Ma ciò che si riconosce a fiuto, e che non è in dubbio, è la potenza  di una lingua coltissima, preziosa come un corallo, o come il tesoro perduto di antico veliero affondato fra i flutti.

Quindi quella impressione di vuota caligine di cui dicevo altro non è che la quinta che attende di essere riempita di “ippocampi / e destrieri fiammanti / dai cocchi alati, / ninfe e menadi”… Ed è una cosa bellissima!

ISBN 978-88-97726-37-1

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Un libro per chi si vuol bene

Il cuore è una porta

Silvia di Luzio. Edizioni Amrita

Silvia Di Luzio è un’affermata cardiologa, che vanta nel suo curriculum prestigiose collaborazioni con università, centri di ricerca, ospedali in Italia e all’estero. Può sembrare quindi scontato che una persona così, nel momento in cui decide di scrivere un libro, parli della cosa che è al centro della sua vita professionale: il cuore, appunto.

Il risultato, invece, è tanto originale quanto coinvolgente. “Il cuore è una porta” difficilmente può essere iscritto a un solo genere letterario. Non è un’autobiografia, anche se l’autrice parla molto di sé e della sua vita. Non è certo un “medical thriller”, anche se vengono narrati numerosi episodi drammatici ambientati nel mondo ospedaliero. Non è nemmeno un libro di divulgazione scientifica, perché il rigore scientifico è semmai il veicolo, non il fine, del messaggio che la Di Luzio vuole trasmetterci. Per “il cuore è una porta” bisognerebbe forse coniare un nuovo genere letterario: è un libro di “divulgazione umanistica”.

L’autrice prende per mano il lettore fin dalle primissime pagine, riuscendo a creare una empatia con chi legge tanto lontana dal mondo della divulgazione quanto vicina a quello della letteratura. Raccontando un piccolo episodio dal quale è scaturito il titolo del libro, e poi come sia nata in lei a undici anni la scelta di fare il medico, Silvia Di Luzio getta una specie di incantesimo sul lettore, e non si può fare a meno di continuare a leggere il libro, divorandolo pagina dopo pagina.

Prendendo le mosse da concetti familiari al grande pubblico, come l’effetto placebo nell’assunzione di medicinali, apprendiamo pian piano come l’autrice abbia riscoperto l’approccio che già era proprio degli antichi greci ad Epidauro: la nosoterapia. Questa “terapia della mente” vede nella malattia un disequilibrio fisico-psichico.  La salute, allora, è un processo permanente di ricerca di un equilibrio dinamico fra tutti i fattori della vita umana: non è l’assenza della malattia, ma la forza di vivere serenamente anche con la malattia, se questa si manifesta. Addirittura l’aspetto psicologico e mentale possono condizionare quello fisiologico, fino a dimostrarsi vincenti sul piano della guarigione fisica, superando il mero automatismo del collegamento fra farmaco e patologia. Non senza stupore leggiamo con grande partecipazione emotiva di alcuni casi clinici che dimostrano nei fatti la concretezza di queste affermazioni. E con curiosità scientifica apprendiamo che la più moderna ricerca supporta con prove sperimentali queste, e altre, intuizioni molto antiche. Come ad esempio quella secondo la quale il cuore, e non cervello, è il vero centro dell’essere umano, perché con il suo movimento costante proietta attorno a sé un campo magnetico più forte di quello proprio del cervello. È quindi plausibile che questo campo sia capace di influenzare il funzionamento delle singole cellule del corpo, e possa entrare in risonanza sia con il campo magnetico emesso dalle persone alle quali siamo legate, sia con quello dell’ambiente in cui siamo immersi. E che le emozioni e i pensieri siano vibrazioni, energia che influisce sul nostro stato di salute, condizionando la nostra fisiologia.

Con questo, non si vuole affatto dire che “Il cuore è una porta” è un libro, per così dire, “new age”, che propaganda teorie naif che hanno solo il fascino di essere alternative. L’atteggiamento di chi scrive non è quello di un venditore, non si cerca di “piazzare” nessuna teoria miracolistica, nemmeno quando si consigliano nelle ultime pagine del libro degli esercizi per “stare bene” sviluppando le potenzialità del cuore. Piuttosto si cerca di condividere con un linguaggio semplice, adatto a un pubblico il più ampio possibile, i preziosi risultati di una rigorosa ricerca condotta con onestà e competenza nell’arco di molti anni. Una ricerca che è scientifica nei suoi strumenti, ma interiore nei suoi obiettivi. L’ottica in cui si muove l’autrice è quella cristiana, che ha nella persona il centro della sua attenzione e nella Fede il suo modello di riferimento.

“Il cuore è una porta” è una splendida occasione per fare esercizio di introspezione, e apprendere qualche nozione che possa aiutarci ad affrontare meglio la vita, anche nei suoi aspetti più drammatici. È, in poche parole, il libro che dovrebbero leggere tutti coloro che si vogliono bene, per imparare a stare davvero bene, e che dovremmo far leggere a tutti coloro ai quali vogliamo bene.

ISBN 9788889382875

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Quando volano i Dodo

Narrativa – Midnightwalker

Domenico Cosentino. Palladino Editore

Bello – Mentre leggevo Midnightwalker mi veniva in mente un dodo. Sembra una scemenza e forse lo è, ma è vero. Sia chiaro: il dodo per me è un bellissimo uccello, fra chiattoni ci si difende. Pensavo a lui perché le cose che scrive Cosentino sono davvero terrestri, a volte grevi, spesso fangose… e questa è la terra dove il dodo zompetta. Poi ecco una mezza frase, una immagine, una suggestione… è come se il dodo prendesse lo slancio per spiccare il volo. Volerà? Si passa alla pagina seguente e no, non ha volato, non vola perché un dodo non può volare ma, non so come, si capisce che nella sua testa ha una netta percezione dell’azzurro e della bellezza e dell’estasi, per cui è come se avesse volato, solo che noi nel frattempo giravamo la pagina e ce lo siamo perso. Poi però bisogna mettersi d’accordo con Cosentino, perché non si capisce se scrive racconti brevi come haiku o poesie lunghe come racconti. Ma fa lo stesso, perché sono belli comunque. Oddio, belli. Ci vuole un bel po’ di pelo sulla pancia e di senso dell’orrido. Perché sono di quella bellezza come le cose di Bukowski, che con l’Olimpo non hanno nulla a che fare, ma che ti colpiscono allo stomaco, e ti restano dentro, come la Venere di Milo, che bella lo è, ma pure parecchio scassata. Midnightwalker è l’immagine in negativo di un mondo perfetto. Questo ne rende la lettura esaltante. Cambi al prospettiva al disegno, e improvvisamente appare un’altra immagine: diretto da Guernica alla Gioconda in un colpo solo senza fermate. L’ edizione è curatissima come può esserlo solo un prodotto artigianale. Formato giusto, carattere giusto: un oggetto esclusivo, che parla dell’autore prima di essere letto. Quindi, mio caro Cosentino, o sei un impostore alla grande, oppure nelle tue cose ci sei davvero tutto tu, come sei, cosa fai, come lo vivi. Ti smascheri (Rain Dogs) integrale e asciutto come ci si spogliava alla visita di leva. Questa sensazione di verità che trasuda nonostante e oltre il manierismo bukowskiano è impagabile, rende secondari stile e contenuto. Oppure, se si vuole, stile e contenuto la servono egregiamente. Quindi Midnightwalker è un classico. Sono rari i libri di cui si gira la quarta di copertina avendo l’impressione di aver dialogato con l’anima dello scrittore, ma Midnightwalker è fra questi. Nell’era della mistificazione non è cosa da poco.

ISBN 978-88-8460-247-3

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Molte rovine a L’Aquila

Giallo  – Solo sigari quando è festa.

Alessio Romano. Ed. Bompiani.

Avvincente. Metti il terremoto a L’Aquila. Prendi un giovane ricercatore, una fidanzata lontana, un padre con l’alzheimer, un night, una amicizia accettata su Facebook da uno sconosciuto “ragno”, altri contatti del ragno tutti morti, una hacker, due anziane rancorose, alcune belle figliole, una ex amante, un amico anzi due, una psicologa, dei cinesi….il tutto sapientemente dosato da uno scrittore la cui intelligenza è supportata da una robusta cultura letteraria: il risultato è “Solo sigari quando è festa”. Un ottimo giallo (senza troppo indagare qui sulle sfumature e le sottospecie che vanta il genere) che ci trascina in gioco di matrioske dove un tema rimanda a un altro e poi a un altro ancora. Seguiamo Nick, il protagonista, nella sua vicenda, attraversando una sequenza di situazioni che assumono di volta in volta i colori del documentario catastrofico, dello sceneggiato psicologico, del noir d’autore, dello splatter clip, fino a un finale che definire sorprendente è poco. Il fatto è che ci si affeziona a Nick, perché è davvero uno di noi, che si muove sul palcoscenico  di quest’Italia un po’ stranita dove il terremoto è solo uno degli elementi della scenografia e forse non quello più importante. Le prime cento  pagine del libro rappresentano una lunga rincorsa che ha lo scopo di farci entrare in empatia con il protagonista, così che poi sentiremo sulla nostra pelle tutto quello che gli capiterà. Di cui, ovviamente, qui non anticipo nulla. Ma ciò che rende questo libro letterariamente rilevante non è la sua efficacia come giallo, né l’idea azzeccata di riprendere un tema come quello del terremoto. La sua importanza sta in quello che l’autore non dice. Sta in questo Abruzzo alienato dove hanno senso personaggi e situazioni che di per sé potrebbero appartenere ad una metropoli americana, o a un pesino del south west. Così, letta l’ultima pagina del libro e scaricata un po’ l’emozione, viene da pensare che le macerie, quelle vere, non sono quelle del terremoto, ma quelle che abbiamo dentro tutti noi in questo paese cupamente disperato. Il libro è avvincente e si legge tutto d’un fiato..

ISBN 978-88-452-7904-1

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