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Lilith

Narrativa – Moon. Antologia a cura di Divier Nelli, Lisciani Libri

Prezioso. Anche quando non si è più giovani come il sottoscritto, non sono tanti gli eventi di rilevanza storica dei quali si può dire di essere stati testimoni. Ebbene, all’epoca dello sbraco sulla luna, il 20 Luglio 1969, io c’ero. Ricordo in modo abbastanza nebuloso il fatto che l’allunaggio fosse un episodio della rivalità fra le due superpotenze (che volete, le notizie mi arrivavano soprattutto tramite le immagini di Topolino o di Oggi, e qualche frammento di telegiornale; avevo capito che c’era una gara ma non esattamente fra chi)… ma ho ben chiara in mente l’immagine del sottoscritto che guarda la luna sperando che lassù ci si trovasse qualcuno, o di mia mamma che torna dalla parrucchiera con un incredibile gadget di plastica che simulava un frammento di roccia lunare (fin da allora classificato come orribile, eppure conservato per anni, se non altro come simulacro dello spirito imprenditoriale delle parrucchiere di periferia). Nettissimo poi è il ricordo della trasmissione dell’atterraggio con i commenti di Tito Stagno, e potrei citare a memoria alcuni libri celebrativi che prevedevano già per gli anni ’90 la prima base sulla luna. Tutto molto bello.
E poi?
Ottima l’idea di Divier Nelli di dedicare una antologia di racconti, alcuni di famosi scrittori di vaglia, altri di esordienti, tutti interessanti, allo sbarco sulla luna nella ricorrenza del cinquantennale: se i fatti storici sono noti, solo un approccio artistico a più voci può restituire attualità alle immagini in bianco e nero dell’epoca. Di più, la qualità dei contributi consente di distogliere lo sguardo dalla siderale freddezza dei dati scientifico-tecnici per riflettere su cosa davvero significò quell’evento a 50 anni di distanza. Un libro prezioso, quindi, per le inedite prospettive che consente di esplorare, e perciò quanto di più lontano da un “istant book” si possa immaginare.
Fra tutti i racconti, due parole vanno dedicate a “Il lato oscuro della luna” di Mariano Sabatini.
La capacità evocativa di Sabatini nel rappresentare Roma e la società romana è cosa nota ai moltissimi che apprezzano, non solo in Italia, i suoi gialli. Ancora una volta quindi è la capitale a fornire la scenografia nella quale si muovono i personaggi. Una Roma evocata con i nomi di strade celebri, descritta quasi incidentalmente per il suo clima o per la sua luce, e calata all’epoca del film “Vacanze romane” dalla vespa e dalla decapottabile guidate dal protagonista. Questa scenografia minimalista e rarefatta, lunare appunto, è popolata da individui decadenti che romani non sono, e che abitano lì solo per non essere altrove, o viceversa in attesa di andare presto altrove. Il protagonista de “Il lato scuro della luna”, il giornalista RAI Osvaldo Cataldi Manoja, è l’abitante perfetto di una Roma che, città eterna, si muove nel tempo per inerzia e arriva sempre in ritardo al presente: in questo caso ha ben poco del dinamismo della fine degli anni ’60. Cinico, anaffettivo, annoiato, il personaggio è descritto magistralmente nella sua inconsistenza e ahimè, nella sua valenza di archetipo dell’italiano medio. Che c’entra quest’uomo, di cui nel racconto percorriamo l’intera vita, con lo sbarco sulla luna? Niente, in realtà. Sabatini decide di descrivere l’allunaggio sullo sfondo di una storia d’amore. Dire di più significherebbe svelare più del dovuto la trama, ma l’importanza dell’opera sta nel valore metaforico che assume la vicenda umana rispetto all’episodio storico. Si viene così presi elegantemente per mano e portati a riflettere su cosa sia stato effettivamente dal punto di vista culturale lo sbraco sulla luna. E la risposta è chiara: una impresa fallocratica, una avventura straordinaria, eroica ma, senza seguito come è rimasta fin’ora, fondamentalmente inutile. La sensibilità artistica di Sabatini ci porta a pensare che in realtà in quell’allunaggio abbiamo perso molto più di quanto abbiamo guadagnato: la luna deflorata non interessa più ai poeti e nemmeno agli autori di fantascienza. Non serve nemmeno come meta di nuove spedizioni spaziali, nelle quali compare semmai, e non sempre, solo come tappa per un viaggio su Marte. L’allunaggio, quindi, ha lasciato dietro di sé il nulla. A meno che non si voglia vedere nella decadenza dell’occidente tutto, seguita a quella epocale impresa, la rivincita della luna, nelle vesti di Lilith, la luna nera, demone avverso al potere generativo maschile. E dopo cinquant’anni, che ne è stato dell’ormai anziano Osvaldo Cataldi Manoja? Lui è lì, sulle rive del Tevere, a dimostrare quanto sia vera la massima di Chateubriand: “Per un grand’uomo nascere non è tutto: bisogna morire”.

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Le scarpe degli angeli

Narrativa – SHOEFITI Di Caterina Falconi, I romanzi della BLACK LIST, Lisciani Libri

Delizioso. Se questo romanzo fosse un dolce, sarebbe una ciambella, di quelle fragranti e ghiotte da assaporare con soddisfazione nel salotto di casa, sorbendo una tazza di buon tè. Magari vicino a qualcuno steso sul tappeto, con un coltellaccio piantato nella schiena. Eh sì, perché se in Shoefiti gli ingredienti del giallo ci sono tutti (rapimenti, sangue, avventura…), il racconto è però ricco di molti altri spunti, e il risultato complessivo viene ricondotto perciò a una dimensione che, per la sua naturalezza, è molto adatta ai più giovani.

Shoefiti è la moda di lanciare scarpe legate per i lacci così che rimangano appese ai cavi della luce, ai lampioni o agli alberi. Non si sa bene il significato di questo gesto, da alcuni ricondotto a un segnale per tossicodipendenti, ma la moda nata negli Stati Uniti si è diffusa ormai in tutto il mondo. Caterina Falconi ne dà una interpretazione tutta sua: sono le scarpe degli scrittori che, si sa, in genere hanno la testa per aria quindi, ça va sans dire, camminano nel cielo. Per conoscere un’altra interpretazione possibile, bisogna leggere il libro, dove due ragazzi abruzzesi sono chiamati a risolvere l’enigma del rapimento delle loro nonne: dovranno viaggiare fino a Bologna per risolvere il mistero. L’attento uso di tutti i topoi che fanno di un romanzo per ragazzi un buon romanzo, fa di Shoefiti il testo ideale per una scuola di scrittura dedicata alle opere per i più giovani. La scrittura di Caterina è fluente, l’attenzione alla realtà contemporanea è sempre presente, il riferimento dialettico con i valori con la “V” maiuscola è continuo, mai banale. L’uso frequente delle similitudini arricchisce la narrazione di immagini suggestive, il cui lirismo conferisce una profondità sensoriale alla vicenda e testimonia la sensibilità profonda dell’autrice: una vena poetica che proprio non ce la fa a restare carsica ma affiora in superfice tutte le volte che può. La tenerezza materna con cui sono delineati gli spasimi amorosi del protagonista dona alla storia sfumature delicate a cui non siamo più abituati. La solitudine degli adolescenti, non più bambini e non ancora adulti, la rabbia nei confronti dei genitori, l’affetto per i nonni, l’incomunicabilità fra le generazioni sono narrate come fatti naturali, quali tappe di un percorso di crescita, senza velleità rivoluzionarie o drammatiche.
L’ambientazione è precisa e suggestiva. Che piacere ritrovare l’Abruzzo che amo (errata corrige: la gente d’Abruzzo che amo, così rocciosa all’apparenza e così piena di cuore e passione appena ne diventi amico), i treni che sfrecciano inseguiti dalle onde del mare delle Marche, una Bologna godereccia, cialtrona e iperbolica.
Una storia piacevole che, con una equilibrata sapidità drammatica, senza cercare l’effetto fine a se stesso, sa ricondurre con naturalezza la dimensione dell’avventura alla rassicurante quotidianità del lieto fine.

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Moai in Sicilia

Uno spazio minimo – Rosalia Messina

Ci sono libri che vengono letti quasi senza accorgersene, pagina dopo pagina, quasi si venisse cullati dalla corrente di un fiume, senza fare nessun’altra fatica che voltare le pagine, e immergersi nei paesaggi e nelle vicende di volta in volta descritti.
Quando ho aperto “Uno spazio minimo”, di Rosalia Messina, Melville Editore, pensavo di trovarmi davanti a un racconto del tipo “Lessico Familiare” di Natalia Ginzburg. E qui vanno dette due cose: la prima, che ho letto Lessico decine di anni fa ma per me rimane il termine di confronto imprescindibile quando si parla di vicende familiari, la seconda, che conosco di fama Rosalia Messina quindi il paragone non mi sembrava affatto azzardato.
Mi aspettavo di trovare un affresco familiare, dipinto con pennellate sapienti, con mano femminile, dolce e profonda.
Invece ho dovuto metterlo da parte, quel libro, perché già le prime pagine soso state come coltellate. Per carità! È scritto benissimo, con eleganza, è un libro da leggere! Ma per me è stato come guardarmi allo specchio, non uno specchio normale, bensì uno di quelli deformanti dei luna-park. Questo perché mi sono riconosciuto se non nelle vicende di Angelica, la protagonista, di sicuro nei suoi problemi, nel suo essere bambina estraniata dal mondo, nella sua vita complicata soprattutto dalla mancanza di uno spazio minimo di confort, dove sentirsi apprezzati, difesi, dove essere se stessi senza dover ad ogni respiro dar conto della propria esistenza a giudici distratti e incapaci. Grande sintonia, quindi, e rispetto per l’autrice, ma assieme il disagio di dover rivivere sensazioni non gradevoli, per chi come me le condivide, con l’imbarazzo di vederle declinate in modi e situazioni, in una vita, che non è la propria. Ho avuto bisogno di molto tempo per trovare un po’ di coraggio per continuare la lettura, ma una volta ripresa ho finito il libro in un pomeriggio. E mi sono appassionato alle vicende di Angelica, a questa noria o Ananke o destino, in cui è imprigionata per cui le difficoltà di una generazione inevitabilmente si ripercuotono in quella successiva. In questa Sicilia alienata in cui è immersa, di cui si percepisce l’odore ma non impressioni visive, quasi si fosse abbagliati dal sole ogni volta che si scostano le tende per guardare fuori dalla finestra. Con persone che appaiono spesso come Moai, anche quando l’autrice ci permette di conoscerli a fondo, e noi cerchiamo un cuore ma non troviamo che pietra. E tuttavia Angelica cerca la sua strada, dapprima uno spazio in cui estraniarsi della sua famiglia, una perfetta famiglia del dopoguerra, capace di fornire benessere materiale, ma incapace di insegnare la gioia, perché priva di esperienze personali da cui trarla, e di ideali a cui ispirarsi. Poi un primo matrimonio fallito, una seconda unione, la difficoltà di diventare madre, la carriera professionale… E noi camminiamo con lei, verrebbe voglia di prenderla per mano, questa Angelica, e nello stesso tempo di correre via per non fare i conti con la nostra, di vita: benché questo non è un racconto sentimentale, ma profondamente umano, e le cose umane lo sappiamo, possono essere bellissime e dolorosissime assieme.
Pochi giorni fa uno scrittore, Ivano Porpora, mi spiegava come scrivere un libro sia un atto d’amore, un mettere il proprio vissuto a disposizione di sconosciuti per condividere con loro le nostre esperienze e, se va bene, aiutarli. Leggete “Uno spazio minimo”, e siate grati a Rosalia Messina, all’Editore e agli amici che l’hanno sostenuta in questa opera: perché se forse non c’è nessuna biografia almeno un poco romanzata, di sicuro non c’è nessun romanzo almeno in parte autobiografico, e quindi in questo racconto di amore, alla fine, ce n’è tanto. Tanto davvero. E anche gioia. La gioia alla fine di farcela!

 

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Drammatici aperitivi

Drammi quotidiani – Paolo Panzacchi

Io odio Fantozzi. Credo di averne visto un solo film, anni fa, quello con la corazzata Potëmkin, e poi basta. Se facendo zapping metto il tasto su di un film di Paolo Villaggio, cambio subito, e se fossi capace inventerei un Parental Control dedicato. Perché ho sempre trovato la comicità di Paolo Villaggio greve, aggressiva, una sorta di bullismo compiaciuto nei confronti di persone che per destino e per censo, nonché lo riconosco per mancanza di talento, non si sono potute permettere la vita che ha fatto lui. Se poi aggiungiamo che quella classe impiegatizia, così ferocemente sfanculata, godeva di condizioni contrattuali che oggi nei favolosi anni 2000 e passa ce le sognamo… bhe, ridere con Fantozzi mi sembra un atto di autolesionismo.
Così, quando mi son trovato alla presentazione di “Drammi quotidiani”, Pendragon Editore, il divertente e intelligente libro di Paolo Panzacchi, e la grande Marilù Oliva (Alt! Un consiglio da amico, ma di quelli veri: se sapete che Marilù sta presentando un libro, uno dei suoi magnifici o quello di qualche altro collega scrittore, piantate lì tutto quello che state facendo, e andateci: vi godrete un’ora di eleganza, di ragionamenti mai banali da parte di una persona colta e sensibile, di grande empatia e sensibilità e amore critico per la realtà che ci circonda… da Marilù c’è sempre da imparare, e dopo vi sentirete migliori)… quando ero alla presentazione, dicevo, e la bravissima Marilù ha esordito citando Fantozzi, un po’ mi sono sentito male. Ma solo un po’, perché Paolo ha parlato del personaggio protagonista del libro con simpatia e affetto, e Marilù ci ha fatto capire che “Drammi quotidiani” non è solo un libro divertente.
Perché è vero, “Drammi” è la tipica lettura da ombrellone, da fare in spiaggia senza vergognarsi di mettersi a ridere da soli, e anche spesso. Ma è anche un affresco, divertito e ironico, ma non caricaturale, della vita di una giovane coppia, assolutamente moderna nei suoi equilibri interni e nel suo dialogare con il mondo. Mondo che in prospettiva è occupato per una gran parte dalla figlia dei due, Elena. Se desiderate un libro divertente, “Drammi quotidiani” lo è. Un divertimento leggero, mai cattivo, a volte insistito ma dovete immaginarvelo, il Panzacchi, non mentre scrive ma mentre è ad un aperitivo e infila una battuta dietro l’altra per divertire gli amici. Il fatto è che Panzacchi oltre che simpatico è una bella persona e anche un gran lettore per cui, alla fine, superati i colpi di scena e la parte del libro che è un po’ meno divertente ma sostiene tutto il resto, ci si rende conto di aver affrontato in modo non banale argomenti impegnativi, che compongono quella scena, reale, dove noi lettori veri ci muoviamo, e Fantozzi non trova posto.

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Taranteja KRO

Narrativa – L’ULTIMO RE DI DELFI – Gianluca Facente

Ci sono racconti indimenticabili per la trama, altri per il modo in cui sono tratteggiati i personaggi, altri per gli ambienti o i periodi storici descritti, altri ancora, infine, per la passione che l’autore riesce a infondere nelle sue pagine. Se poi queste caratteristiche sono tutte presenti, mixate, e ci si aggiunge anche una buona dose di scanzonata ironia, allora quello che ci aspetta è una ottima lettura e ore di svago. Svago di quello buono, s’intende, dove divertendoci impariamo qualcosa. “L’ultimo Re di Delfi”, del crotonese Gianluca Facente, è uno di quei diamanti grezzi nei quali ci si imbatte per caso, e se ne è felici, perché presenta tutte queste qualità.
Quello che ci conquista in questo racconto onirico, nel quale il protagonista perde coscienza per trovarsi catapultato in una vicenda fantastica che ha per teatro la città di Crotone, e per fine il desiderio di riscatto dichiarato fin dalle prime pagine, è la ricchezza di riferimenti culturali, mitologici, storici, che ci rapisce in una danza arcana. È una taranteja, questo libro, una tarantella calabrese, che non ha nulla a che vedere con gli attarantolati: qui la “rota” disegnata dai danzatori è la danza di una comunità e di un territorio. È una taranteja i cui danzatori sono maschi, Ciano ed Ificle, e danzano per conquistare lo spazio e il tempo, all’interno della chora di Crotone, per ritrovare la memoria e per trarre da questa la forza per rigenerare la grandezza della città. È una taranteja di formazione, perché il protagonista via via acquista consapevolezze che gli consentiranno di superare la prova finale.
Non a caso il libro è dedicato al padre dell’autore, e nel testo c’è molto di paterno, nel senso di trasmissione dell’identità fra le generazioni, e di volontà di costruirsi la via per un futuro migliore. Un’ultima nota. Nel suo viaggio fantastico, fra una avventura e l’altra, di tanto in tanto l’autore cita canzoni in inglese, che risultano essere il legame più evidente con la realtà…vera. Questo è, se vogliamo, la prova più tangibile che l’autore ha voluto presentarci dello stato di smarrimento di identità in cui si trova Crotone e, con lei, l’Italia intera. Facente sta lottando per migliorare questo stato di cose, con forza ed entusiasmo, da comunicatore ed uomo di cultura qual è. Una cosa è certa: non rimarrà solo.

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Farfalle

Narrativa – LA LIBRAIA di Fulvia degl’Innocenti. Ed. San Paolo

In fondo siamo tutti farfalle. Non importa se passiamo la vita fra mille affanni, impegnati in azioni ripetitive e noiose. Non importa se come bruchi teniamo sempre la testa bassa, e ci ingozziamo con la nostra foglia, che può assumere infinte forme, ma sempre e solo una foglia è. Siamo tutti farfalle, ognuna diversa delle altre: bellissime, uniche e irripetibili farfalle. Il problema semmai è che nella nostra vita bulimica finiamo per dimenticare che da qualche parte le ali le abbiamo, e così non le usiamo. Solo se siamo davvero fortunati incontriamo sulla nostra strada qualcosa che ce le fa ricordare.
Chi ha l’occasione di leggere La Libraia, di Fulvia degl’Innocenti, ed. San Paolo, è sicuramente fortunato. Perché è un bel libro. Perché è scritto bene. Perché la trama è interessante. Perché è capace di riempire di echi le nostre anime, di suggerire con straordinaria naturalezza valori profondi, e lo fa dimostrando ad ogni riga un rispetto per il lettore raro al giorno d’oggi. Un rispetto, una delicatezza ancora più preziosi perché il pubblico a cui si indirizza libro è quello dei ragazzi, anche se la lettura è piacevolissima e consigliata anche e soprattutto agli adulti.
Il libro si divide in quattro parti. Il primo capitolo è assolutamente magico, per chi ama la lettura, ma affascinante per chiunque preferisca essere “una marionetta con l’anima” e non un Pinocchio dai “colori troppo vivi e gli occhi sgranati”. Seguono una prima serie di capitoli (le “scene”) dedicata all’adolescenza di Lia, ragazzina problematica. E abbiamo come protagonista una giovane che sì, è vero, è il prototipo della “vittima della società” (una madre sbandata e incapace, un padre estraneo e opportunista, una vita in comunità inadeguate…) ma finalmente fuori di ogni buonismo è descritta per quello che è: davvero antipatica. Seguono le “scene” in cui la ragazzina viene affidata alla Libraia, diventando apprendista in una piccola e affascinante libreria. Questa è l’occasione per tratteggiare un secondo personaggio originale, quello appunto della Libraia, che nasconde un passato insospettabile. Il rapporto fra le due donne, e con la libreria, occupa così la terza parte dell’opera, fino all’ultimo capitolo, dove la trama si risolve. La quarta parte del libro, quella nella quale Lia dispiega le sue ali, Flavia Degl’Innocenti non l’ha scritta, ma tale è il coinvolgimento che ha saputo creare nel lettore che, credetemi, ciascuno continuerà in modo personale il racconto immaginando per Lia nuove avventure e una vita nuova.
Due parole infine per ringraziare, assieme all’Autrice, i Librai capaci come Dedalo di fornire la ali a noi lettori distratti.

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Sull’elefante con il prof. Pico Pane

Narrativa – L’ULTIMO ELEFANTE di Pino Pace. Ed. Giunti Junior

Ok, devo rimettermi pesantemente a dieta. Questa consapevolezza, raggiunta la settimana prima di Natale, nel pieno di un tour di cene aziendali, non può che avere un carattere tragicomico. Ma, credetemi, non è un problema a poco e così, per consolarmi e nello stesso tempo per rafforzare il mio intento, decido di affidarmi alla lettura. Alla lettura sì, ma di cosa? Attratto dal contenuto storico, e dal titolo che è un ottimo memento per la mia dieta, prendo “L’ultimo elefante” di Pino Pace e, con un sospiro, inizio a leggere. Ovviamente non è un libro in cui si parla di diete, anche se a dir la verità il protagonista Mes, un ragazzo di 12 o forse 13 anni, di fame ne patisce parecchia quando, rapito dal suo villaggio in Gallia, viene obbligato a seguire l’esercito di Annibale in marcia verso Roma e diventa mahaba, conduttore d’elefanti. E qui cominciano i problemi. Eh sì perché Pino Pace, mannaggia a lui, ha scritto un gran bel libro. Conoscevo Pino Pace per le mirabolanti avventure del professor Pico Pane a caccia di stranissime bestiacce sulla terra e nello spazio, e l’ho ammirato (forse sarebbe più sincero dire “l’ho invidiato” ma, suvvia, sotto Natale s’ha da fare i buoni…) per i suoi bellissimi haiku (no, dico, questo qui: “cade dal cielo/il pupazzo di neve/fiocco a fiocco” non è geniale?). Ma “L’ultimo elefante” mi è piaciuto un sacco, e l’ho divorato: i libri come questo sono buoni, non contengono zuccheri né proteine, sono un ricostituente per la mente e aumentano la massa muscolare del cuore. L’aspetto storico nel libro è sicuramente presente e ben sviluppato (offerto con discrezione, tanto da invogliare approfondimenti e facilitare l’innamoramento per la materia), così come lo svolgimento della vicenda che ne fa un ottimo romanzo di formazione. Però ciò che rende questo lavoro davvero di grande valore sono altri due aspetti: parla di guerra con sensibilità ma senza retorica, il che al giorno d’oggi è segno di grande intelligenza e libertà intellettuale, e racconta una storia tutta al maschile facendolo in modo ruvido, sobrio, spartano, tanto che a tratti mi venivano in mente i Commentarii di Cesare. L’io narrante è quello del protagonista, reso magistralmente nel modo di affrontare da adolescente -tempeste ormonali comprese- una situazione così difficile: il godibilissimo aspetto avventuroso/muscolare è comunque equilibrato da suggestioni profonde, in un mix molto gradevole. Fra i personaggi complementari una citazione di simpatia va a Sileno, intellettuale eccentrico in ambiente militaresco. E il confronto fra Cartaginesi e Romani? La grandezza concreta della civiltà romana viene rappresentata da una villa e i suoi bellissimi affreschi, e la maestà iconica di Annibale è descritta, più che Annibale medesimo, dal suo cane infernale Rojo.
Insomma, “L’ultimo elefante “ è il libro equilibrato e intelligente, da maschi, che avrei voluto leggere quando ero un ragazzino di 12 o forse 13 anni, ma va benissimo anche quando si ha un’età che è un multiplo di quelle!

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