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Moai in Sicilia

Uno spazio minimo – Rosalia Messina

Ci sono libri che vengono letti quasi senza accorgersene, pagina dopo pagina, quasi si venisse cullati dalla corrente di un fiume, senza fare nessun’altra fatica che voltare le pagine, e immergersi nei paesaggi e nelle vicende di volta in volta descritti.
Quando ho aperto “Uno spazio minimo”, di Rosalia Messina, Melville Editore, pensavo di trovarmi davanti a un racconto del tipo “Lessico Familiare” di Natalia Ginzburg. E qui vanno dette due cose: la prima, che ho letto Lessico decine di anni fa ma per me rimane il termine di confronto imprescindibile quando si parla di vicende familiari, la seconda, che conosco di fama Rosalia Messina quindi il paragone non mi sembrava affatto azzardato.
Mi aspettavo di trovare un affresco familiare, dipinto con pennellate sapienti, con mano femminile, dolce e profonda.
Invece ho dovuto metterlo da parte, quel libro, perché già le prime pagine soso state come coltellate. Per carità! È scritto benissimo, con eleganza, è un libro da leggere! Ma per me è stato come guardarmi allo specchio, non uno specchio normale, bensì uno di quelli deformanti dei luna-park. Questo perché mi sono riconosciuto se non nelle vicende di Angelica, la protagonista, di sicuro nei suoi problemi, nel suo essere bambina estraniata dal mondo, nella sua vita complicata soprattutto dalla mancanza di uno spazio minimo di confort, dove sentirsi apprezzati, difesi, dove essere se stessi senza dover ad ogni respiro dar conto della propria esistenza a giudici distratti e incapaci. Grande sintonia, quindi, e rispetto per l’autrice, ma assieme il disagio di dover rivivere sensazioni non gradevoli, per chi come me le condivide, con l’imbarazzo di vederle declinate in modi e situazioni, in una vita, che non è la propria. Ho avuto bisogno di molto tempo per trovare un po’ di coraggio per continuare la lettura, ma una volta ripresa ho finito il libro in un pomeriggio. E mi sono appassionato alle vicende di Angelica, a questa noria o Ananke o destino, in cui è imprigionata per cui le difficoltà di una generazione inevitabilmente si ripercuotono in quella successiva. In questa Sicilia alienata in cui è immersa, di cui si percepisce l’odore ma non impressioni visive, quasi si fosse abbagliati dal sole ogni volta che si scostano le tende per guardare fuori dalla finestra. Con persone che appaiono spesso come Moai, anche quando l’autrice ci permette di conoscerli a fondo, e noi cerchiamo un cuore ma non troviamo che pietra. E tuttavia Angelica cerca la sua strada, dapprima uno spazio in cui estraniarsi della sua famiglia, una perfetta famiglia del dopoguerra, capace di fornire benessere materiale, ma incapace di insegnare la gioia, perché priva di esperienze personali da cui trarla, e di ideali a cui ispirarsi. Poi un primo matrimonio fallito, una seconda unione, la difficoltà di diventare madre, la carriera professionale… E noi camminiamo con lei, verrebbe voglia di prenderla per mano, questa Angelica, e nello stesso tempo di correre via per non fare i conti con la nostra, di vita: benché questo non è un racconto sentimentale, ma profondamente umano, e le cose umane lo sappiamo, possono essere bellissime e dolorosissime assieme.
Pochi giorni fa uno scrittore, Ivano Porpora, mi spiegava come scrivere un libro sia un atto d’amore, un mettere il proprio vissuto a disposizione di sconosciuti per condividere con loro le nostre esperienze e, se va bene, aiutarli. Leggete “Uno spazio minimo”, e siate grati a Rosalia Messina, all’Editore e agli amici che l’hanno sostenuta in questa opera: perché se forse non c’è nessuna biografia almeno un poco romanzata, di sicuro non c’è nessun romanzo almeno in parte autobiografico, e quindi in questo racconto di amore, alla fine, ce n’è tanto. Tanto davvero. E anche gioia. La gioia alla fine di farcela!

 

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Drammatici aperitivi

Drammi quotidiani – Paolo Panzacchi

Io odio Fantozzi. Credo di averne visto un solo film, anni fa, quello con la corazzata Potëmkin, e poi basta. Se facendo zapping metto il tasto su di un film di Paolo Villaggio, cambio subito, e se fossi capace inventerei un Parental Control dedicato. Perché ho sempre trovato la comicità di Paolo Villaggio greve, aggressiva, una sorta di bullismo compiaciuto nei confronti di persone che per destino e per censo, nonché lo riconosco per mancanza di talento, non si sono potute permettere la vita che ha fatto lui. Se poi aggiungiamo che quella classe impiegatizia, così ferocemente sfanculata, godeva di condizioni contrattuali che oggi nei favolosi anni 2000 e passa ce le sognamo… bhe, ridere con Fantozzi mi sembra un atto di autolesionismo.
Così, quando mi son trovato alla presentazione di “Drammi quotidiani”, Pendragon Editore, il divertente e intelligente libro di Paolo Panzacchi, e la grande Marilù Oliva (Alt! Un consiglio da amico, ma di quelli veri: se sapete che Marilù sta presentando un libro, uno dei suoi magnifici o quello di qualche altro collega scrittore, piantate lì tutto quello che state facendo, e andateci: vi godrete un’ora di eleganza, di ragionamenti mai banali da parte di una persona colta e sensibile, di grande empatia e sensibilità e amore critico per la realtà che ci circonda… da Marilù c’è sempre da imparare, e dopo vi sentirete migliori)… quando ero alla presentazione, dicevo, e la bravissima Marilù ha esordito citando Fantozzi, un po’ mi sono sentito male. Ma solo un po’, perché Paolo ha parlato del personaggio protagonista del libro con simpatia e affetto, e Marilù ci ha fatto capire che “Drammi quotidiani” non è solo un libro divertente.
Perché è vero, “Drammi” è la tipica lettura da ombrellone, da fare in spiaggia senza vergognarsi di mettersi a ridere da soli, e anche spesso. Ma è anche un affresco, divertito e ironico, ma non caricaturale, della vita di una giovane coppia, assolutamente moderna nei suoi equilibri interni e nel suo dialogare con il mondo. Mondo che in prospettiva è occupato per una gran parte dalla figlia dei due, Elena. Se desiderate un libro divertente, “Drammi quotidiani” lo è. Un divertimento leggero, mai cattivo, a volte insistito ma dovete immaginarvelo, il Panzacchi, non mentre scrive ma mentre è ad un aperitivo e infila una battuta dietro l’altra per divertire gli amici. Il fatto è che Panzacchi oltre che simpatico è una bella persona e anche un gran lettore per cui, alla fine, superati i colpi di scena e la parte del libro che è un po’ meno divertente ma sostiene tutto il resto, ci si rende conto di aver affrontato in modo non banale argomenti impegnativi, che compongono quella scena, reale, dove noi lettori veri ci muoviamo, e Fantozzi non trova posto.

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Taranteja KRO

Narrativa – L’ULTIMO RE DI DELFI – Gianluca Facente

Ci sono racconti indimenticabili per la trama, altri per il modo in cui sono tratteggiati i personaggi, altri per gli ambienti o i periodi storici descritti, altri ancora, infine, per la passione che l’autore riesce a infondere nelle sue pagine. Se poi queste caratteristiche sono tutte presenti, mixate, e ci si aggiunge anche una buona dose di scanzonata ironia, allora quello che ci aspetta è una ottima lettura e ore di svago. Svago di quello buono, s’intende, dove divertendoci impariamo qualcosa. “L’ultimo Re di Delfi”, del crotonese Gianluca Facente, è uno di quei diamanti grezzi nei quali ci si imbatte per caso, e se ne è felici, perché presenta tutte queste qualità.
Quello che ci conquista in questo racconto onirico, nel quale il protagonista perde coscienza per trovarsi catapultato in una vicenda fantastica che ha per teatro la città di Crotone, e per fine il desiderio di riscatto dichiarato fin dalle prime pagine, è la ricchezza di riferimenti culturali, mitologici, storici, che ci rapisce in una danza arcana. È una taranteja, questo libro, una tarantella calabrese, che non ha nulla a che vedere con gli attarantolati: qui la “rota” disegnata dai danzatori è la danza di una comunità e di un territorio. È una taranteja i cui danzatori sono maschi, Ciano ed Ificle, e danzano per conquistare lo spazio e il tempo, all’interno della chora di Crotone, per ritrovare la memoria e per trarre da questa la forza per rigenerare la grandezza della città. È una taranteja di formazione, perché il protagonista via via acquista consapevolezze che gli consentiranno di superare la prova finale.
Non a caso il libro è dedicato al padre dell’autore, e nel testo c’è molto di paterno, nel senso di trasmissione dell’identità fra le generazioni, e di volontà di costruirsi la via per un futuro migliore. Un’ultima nota. Nel suo viaggio fantastico, fra una avventura e l’altra, di tanto in tanto l’autore cita canzoni in inglese, che risultano essere il legame più evidente con la realtà…vera. Questo è, se vogliamo, la prova più tangibile che l’autore ha voluto presentarci dello stato di smarrimento di identità in cui si trova Crotone e, con lei, l’Italia intera. Facente sta lottando per migliorare questo stato di cose, con forza ed entusiasmo, da comunicatore ed uomo di cultura qual è. Una cosa è certa: non rimarrà solo.

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Farfalle

Narrativa – LA LIBRAIA di Fulvia degl’Innocenti. Ed. San Paolo

In fondo siamo tutti farfalle. Non importa se passiamo la vita fra mille affanni, impegnati in azioni ripetitive e noiose. Non importa se come bruchi teniamo sempre la testa bassa, e ci ingozziamo con la nostra foglia, che può assumere infinte forme, ma sempre e solo una foglia è. Siamo tutti farfalle, ognuna diversa delle altre: bellissime, uniche e irripetibili farfalle. Il problema semmai è che nella nostra vita bulimica finiamo per dimenticare che da qualche parte le ali le abbiamo, e così non le usiamo. Solo se siamo davvero fortunati incontriamo sulla nostra strada qualcosa che ce le fa ricordare.
Chi ha l’occasione di leggere La Libraia, di Fulvia degl’Innocenti, ed. San Paolo, è sicuramente fortunato. Perché è un bel libro. Perché è scritto bene. Perché la trama è interessante. Perché è capace di riempire di echi le nostre anime, di suggerire con straordinaria naturalezza valori profondi, e lo fa dimostrando ad ogni riga un rispetto per il lettore raro al giorno d’oggi. Un rispetto, una delicatezza ancora più preziosi perché il pubblico a cui si indirizza libro è quello dei ragazzi, anche se la lettura è piacevolissima e consigliata anche e soprattutto agli adulti.
Il libro si divide in quattro parti. Il primo capitolo è assolutamente magico, per chi ama la lettura, ma affascinante per chiunque preferisca essere “una marionetta con l’anima” e non un Pinocchio dai “colori troppo vivi e gli occhi sgranati”. Seguono una prima serie di capitoli (le “scene”) dedicata all’adolescenza di Lia, ragazzina problematica. E abbiamo come protagonista una giovane che sì, è vero, è il prototipo della “vittima della società” (una madre sbandata e incapace, un padre estraneo e opportunista, una vita in comunità inadeguate…) ma finalmente fuori di ogni buonismo è descritta per quello che è: davvero antipatica. Seguono le “scene” in cui la ragazzina viene affidata alla Libraia, diventando apprendista in una piccola e affascinante libreria. Questa è l’occasione per tratteggiare un secondo personaggio originale, quello appunto della Libraia, che nasconde un passato insospettabile. Il rapporto fra le due donne, e con la libreria, occupa così la terza parte dell’opera, fino all’ultimo capitolo, dove la trama si risolve. La quarta parte del libro, quella nella quale Lia dispiega le sue ali, Flavia Degl’Innocenti non l’ha scritta, ma tale è il coinvolgimento che ha saputo creare nel lettore che, credetemi, ciascuno continuerà in modo personale il racconto immaginando per Lia nuove avventure e una vita nuova.
Due parole infine per ringraziare, assieme all’Autrice, i Librai capaci come Dedalo di fornire la ali a noi lettori distratti.

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Sull’elefante con il prof. Pico Pane

Narrativa – L’ULTIMO ELEFANTE di Pino Pace. Ed. Giunti Junior

Ok, devo rimettermi pesantemente a dieta. Questa consapevolezza, raggiunta la settimana prima di Natale, nel pieno di un tour di cene aziendali, non può che avere un carattere tragicomico. Ma, credetemi, non è un problema a poco e così, per consolarmi e nello stesso tempo per rafforzare il mio intento, decido di affidarmi alla lettura. Alla lettura sì, ma di cosa? Attratto dal contenuto storico, e dal titolo che è un ottimo memento per la mia dieta, prendo “L’ultimo elefante” di Pino Pace e, con un sospiro, inizio a leggere. Ovviamente non è un libro in cui si parla di diete, anche se a dir la verità il protagonista Mes, un ragazzo di 12 o forse 13 anni, di fame ne patisce parecchia quando, rapito dal suo villaggio in Gallia, viene obbligato a seguire l’esercito di Annibale in marcia verso Roma e diventa mahaba, conduttore d’elefanti. E qui cominciano i problemi. Eh sì perché Pino Pace, mannaggia a lui, ha scritto un gran bel libro. Conoscevo Pino Pace per le mirabolanti avventure del professor Pico Pane a caccia di stranissime bestiacce sulla terra e nello spazio, e l’ho ammirato (forse sarebbe più sincero dire “l’ho invidiato” ma, suvvia, sotto Natale s’ha da fare i buoni…) per i suoi bellissimi haiku (no, dico, questo qui: “cade dal cielo/il pupazzo di neve/fiocco a fiocco” non è geniale?). Ma “L’ultimo elefante” mi è piaciuto un sacco, e l’ho divorato: i libri come questo sono buoni, non contengono zuccheri né proteine, sono un ricostituente per la mente e aumentano la massa muscolare del cuore. L’aspetto storico nel libro è sicuramente presente e ben sviluppato (offerto con discrezione, tanto da invogliare approfondimenti e facilitare l’innamoramento per la materia), così come lo svolgimento della vicenda che ne fa un ottimo romanzo di formazione. Però ciò che rende questo lavoro davvero di grande valore sono altri due aspetti: parla di guerra con sensibilità ma senza retorica, il che al giorno d’oggi è segno di grande intelligenza e libertà intellettuale, e racconta una storia tutta al maschile facendolo in modo ruvido, sobrio, spartano, tanto che a tratti mi venivano in mente i Commentarii di Cesare. L’io narrante è quello del protagonista, reso magistralmente nel modo di affrontare da adolescente -tempeste ormonali comprese- una situazione così difficile: il godibilissimo aspetto avventuroso/muscolare è comunque equilibrato da suggestioni profonde, in un mix molto gradevole. Fra i personaggi complementari una citazione di simpatia va a Sileno, intellettuale eccentrico in ambiente militaresco. E il confronto fra Cartaginesi e Romani? La grandezza concreta della civiltà romana viene rappresentata da una villa e i suoi bellissimi affreschi, e la maestà iconica di Annibale è descritta, più che Annibale medesimo, dal suo cane infernale Rojo.
Insomma, “L’ultimo elefante “ è il libro equilibrato e intelligente, da maschi, che avrei voluto leggere quando ero un ragazzino di 12 o forse 13 anni, ma va benissimo anche quando si ha un’età che è un multiplo di quelle!

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La nemesi del secondo

Narrativa – L’INGANNO DELL’IPPOCASTANO di Mariano Sabatini. Ed. Salani

Lo ammetto, sono uno snob. E forse per questo, quando un romanzo ha successo, anche se l’ho letto, non ne parlo subito, ma dopo, quando cioè il romanzo ha raggiunto eccellenti livelli di vendite e magari vinto premi prestigiosi come il Flaiano e il Romiti. Quando cioè molti l’hanno letto, in tanti ne hanno parlato, e io posso scriverne liberamente, perché ormai faccio poco danno.
Ma la decisione non è mai gratuita, nel senso che il romanzo suddetto, per deciderne di scriverne appunto, deve avermi colpito. Sennò, dove sta il divertimento? A volte basta poco, una immagine, una suggestione, quello che io chiamo “un profumo”. E scatta l’amore. Amore altrimenti onanistico, se non se ne fa una recensione, a questo punto dovuta.
E’ il caso de “L’inganno dell’ippocastano”, di Mariano Sabatini, ed. Salani, che mi ha colpito per un aggettivo. Avete presente i gabbiani, no? Simbolo di libertà e indipendenza, tutti inevitabilmente maschi, con nomi inglesi cool tipo Jonathan o Livingston o tutt’e due assieme, voce britannicamente cacofonica, imbiancati, penne e arie, visione idilliaca da Gente o meglio Grand’Hotel. Bhé, visti da vicino fanno paura, i gabbiani, sono degli uccellacci sgraziati, lanciano versi raccapriccianti, hanno il becco adunco e occhi da squalo. Perciò, leggere: “i gabbiani planavano sul Tevere, di tanto in tanto lanciando gemiti maligni e tuffandosi in acqua, dopo essere rimasti quasi in sospensione sfruttando la brezza” mi ha conquistato. Leggere quel “maligni” è stato come darmi un cinque con l’autore, e ho pensato che sì, Mariano Sabatini è un ottimo scrittore, e “L’inganno” un buon libro da leggere. Soldi ben spesi, urrà! Impressione peraltro confermata proseguendo nella lettura: un buon libro, che sa calare la realtà nella pagina stampata con efficacia, assicurando al lettore appassionato di storie gialle ore piacevoli.
Anche se la fine è nota, non è bello anticiparla, e la quarta di copertina sta lì apposta per chi vuole sapere qualcosa della storia narrata: ad essa vi rimando, e approfittiamo di questo tempo in compagnia per annusarlo assieme, questo Inganno.
C’è anzitutto un odore di garum, non sempre gradevole ma c’è a chi piace, che è quello di Roma Imperiale. Roma sempre presente nel racconto, quasi un personaggio a sé. Roma imperiale nell’accezione di decadente, disillusa, stanca. Terribilmente attuale, purtroppo.
C’è anche la fragranza di un altro romanzo, amatissimo, “La donna della domenica”: per il taglio introspettivo, per alcuni tratti dei personaggi, per il legame così forte della narrazione con città invero così diverse (Torino e Roma) ma ora in questo tempo tanto assimilabili, per quel non so che di sessualmente morboso, là forse un po’ meno e qui un po’ più evidente, che si rispecchia nel cinismo di certe vicende e nel degrado di certe scene.
C’è infine odore asprigno di “giallo”, perché Sabatini -sappiatelo!- conosce e domina tutte le regole del genere, e lo si tocca con mano.
Acquisito quanto sopra, che non è poco, ci si chiederà ora In cosa si distingue “L’inganno dell’ippocastano”. Forse nella figura di Malinverno, il giornalista protagonista, così maschio nel bene e nel male da risultare originale nel panorama degli investigatori moderni? Nella capacità di movimentare con cambi di scena un modo di narrare introspettivo, che quindi potrebbe alla lunga risultare un po’statico?
Per me “L’inganno” si distingue fra gli altri romanzi del genere, e acquista valore attuale, non tanto per ciò che è, ma per ciò che sarà. Come si svilupperà la diade Malinverno-Guerci, così funzionale alla narrazione, e tanto naturale in un gioco di specchi fra i due personaggi di carta e la personalità dell’Autore? I riferimenti all’attualità, così meravigliosamente profetici nell’Inganno, resteranno una nota tipica nel nuovo romanzo di Sabatini? E, se sì, come si evolverà questo rapporto con il reale? In una astrazione realistica, come ci si aspetta dalla vera letteratura, o in un manierismo di per sé molto efficace. ma destinato a rimanere confinato nel perimetro di un ombrellone durante una lettura estiva?
Lo scopriremo solo leggendo l’imminente “Primo venne Caino”, in uscita il 25 gennaio 2018: nell’attesa, chi non l’avesse ancora fatto ha giusto il tempo per procurarsi “L’inganno dell’ippocastano”, magari approfittando dell’uscita per le edizioni Tea tascabile.

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Stelle cadenti

Narrativa – UN’IMPROVVISA COSA FELICE di Silvia Greco. Ed. Hacca

Intrigante. Che cos’è la letteratura? No, non lo so, son troppo ignorante per dare una risposta valida a questa domanda. Posso dire però che, ad occhio e croce, un libro , per essere un buon libro, dovrebbe avere elementi drammatici, altri comici, un pizzico di giallo, una pennellata rosa e, soprattutto, rappresentare in modo fedele l’epoca descritta. Poi sì, anche avere un buon titolo e una bella copertina aiuta.
“Un’improvvisa cosa felice” di Silvia Greco (Hacca edizioni 2017) ha sicuramente un bel titolo ma, lo ammetto, prima di tutto, mesi fa, mi colpì la copertina. Trovo il cavallo a dondolo, con le rotelle, di una simpatia irresistibile. Così non si contano le volte in cui entrando in libreria ho preso in mano il volume per cercare di capire di cosa si trattasse. Perché se la copertina ritrae un giocattolo, il titolo poetico non ha nulla di infantile anzi è un po’ ermetico, mentre la sinossi parla di persone e vite che si spezzano, di rese al dolore… ohibò! Così ogni volta ho rinunciato all’acquisto.
Alla fine, però, mi sono ritrovato nella splendida cornice della Mondadori di Via D’Azeglio, Bologna, alla presentazione di “Un’improvvisa cosa felice”. Un bel po’ prevenuto, aggiungo. Mi aspettavo non so perché una di quelle chiacchierate dottissime, dove ti senti davvero schiacciato dalla esibizione di cultura dell’Autore e del Relatore, e rimpiangi di non aver scelto come hobby la pesca della balena bianca.
Temevo poi che si sarebbe parlato del Senso della Vita, del Senso della Morte, quando io ancora mi chiedo che senso abbia mettere assieme cioccolato e menta per fare gli After Eight.
Invece no. Silvia Greco ispira una immediata simpatia, e sa “tenere” molto bene il pubblico: infatti poi scopri che ha fatto per anni cabaret con un trio, “Le Spaventapassere”. Arturo Balostro dialoga con lei in modo elegante, splendido padrone di casa. Entrambi, poi, son riusciti nella non facile impresa di parlare con leggerezza di temi che leggeri non sono. Così ho scoperto che il libro è un controcanto fra due storie parallele, i cui personaggi -segnati da lutti importanti- sono destinati sì a incontrarsi, ma senza che ne nasca poi una storia d’amore. Quel che mi ha conquistato è stata una frase di Silvia, che riproduco come posso: “quando si perde una persona cara, si finisce per essere come su di un cavallo a dondolo: ci si dondola in quel dolore. Invece bisogna uscirne, mettere le ruote al cavallino e andare”. Alla fine il libro l’ho comprato e l’ho letto in un giorno.
Si parlava di letteratura. Il libro è godibilissimo e, pur presentando personaggi che si può ben definire “ai limiti”, descrive molto bene la realtà attuale. Suggestionato dalla copertina, durante la lettura ho avuto spesso la sensazione di trovarmi… a cavallo d’un cavallo a dondolo! Ogni volta che il racconto sembrava prendere la rincorsa per puntare decisamente in un senso, ecco che improvvisamente una forza uguale e contraria lo riportava in una direzione mediana. Ciò che rende il testo così riuscito è appunto la capacità di condurre la narrazione mantenendola in equilibrio: non si scade mai nel trash, pur sfiorandolo, non si sceglie mai la via del lirismo fine a sé stesso, anche se ci si arriva a un passo (vabbè, tranne che nel finale, ma lì tutto è concesso). Non si esagera nell’aspetto comico, ma questo è sempre presente, come un fiume carsico, anche quando le vicende narrate sono davvero tristi. Il linguaggio è originale, ma senza cedimenti a sgangheratezze che sono sicuramente efficaci a una prima lettura, ma lasciano poi il tempo che trovano. Nemmeno troppo grotteschi sono i personaggi: eh sì che ce ne sarebbe di materiale! Nino, narrato in prima persona, è un ragazzo ritardato, Marta una giovane irrequieta, e si incontreranno perché Nino ritaglia e colleziona i visi delle modelle dai giornaletti porno che gli regala il cugino, mentre Marta si ritrova ad essere una di queste, quando il suo viso viene utilizzato fraudolentemente per un fotomontaggio.
Pur senza diretti riferimenti all’attualità, la narrazione rende molto bene quello smarrimento che sembra essere la nota dominante dell’uomo attuale. Alla fine gli unici personaggi completamente positivi, assunti al rango di deus ex machina, risultano essere i nonni fricchettoni di Marta. Questo rende ancora più evidente la mancanza di una minima tensione verso l’alto, verso una qualche dimensione superiore che possa aiutare i protagonisti a riscattarsi da una realtà così vuota di prospettive e significati. Mettendo assieme tutti questi spunti, è evidente che “Un’imprecisa cosa felice” è sicuramente un testo non banale, che descrive la realtà usando diversi registri, e si presta a riflessioni profonde: in questo senso per me è sicuramente un testo letterario, al quale auguro ogni fortuna.
Alla fine, come dicevo, non sarà l’amore a trionfare, ma la poesia, in un finale dolcissimo e surreale. E io che non ho pianto quando meno di un anno fa è morto mio padre – non ho pianto perché in fondo la morte è una cosa naturale e logica – mentre  leggevo nell’Epilogo che le persone che se ne vanno “ci lasciano un sorriso”…. sì, in quel momento finalmente ho pianto. Grazie Silvia!

ISBN 978-88-98983-28-5

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