Cosa succede

L’anno dei Vecchioni (3 novembre 2019)

Si sa, “I Vecchioni di Mariele Ventre” non è forse il nome più adatto, se si fa musica, a scatenare deliri da concerto rock o tifo da stadio. Eppure basta guardare come sono belli mentre si schierano sui gradini del coro, queste signore e signori che compongono il gruppo, per cogliere l’ironia con la quale oggi si può usare quel termine nei loro confronti. Ironia che deriva direttamente da quella con cui Mariele chiamava gli undicenni che, per ragioni di altezza più che di età, dovevano giocoforza concludere la loro esperienza nel coro dell’Antoniano. E la più giovane di tutti, appena dodicenne, è Francesca Bernardi, effervescente ideatrice di questa esperienza musicale, alla quale va subito un caloroso “grazie” per le emozioni che, con la complicità dei suoi amici, riesce a suscitare in noi spettatori.
Ora che ho esaurito le formalità, voglio dire fino in fondo quello che penso. “Vecchioni” è un nome profondamente trasgressivo in una società intrisa di un giovanilismo dozzinale, in cui tutto sembra orientato ai giovani (peraltro sempre meno numerosi), ma dove entusiasmo ed energia sono spesso scambiate con approssimazione e noia. Quindi ben venga questo nome, da portare con orgoglio come una cresta colorata, come un piercing d’amore, come una maglietta con su scritto “Bèla Bulåggna” !
Ci sono stati tre appuntamenti, fra le esibizioni di quest’anno dei Vecchioni, su cui vorrei soffermarmi. Sia ben chiaro: ci sono state altre “uscite” dei Vecchioni più importanti, altre presenze e riconoscimenti più eclatanti, ma questi sono quelli a me più cari fra quelli ai quali sono riuscito a presenziare: sì perché “I Vecchioni” orami sono così lanciati nel mondo dello spettacolo che non c’è settimana che non li veda protagonisti -loro e Mariele- di qualche evento. Citerò solo due appuntamenti: il”compleanno” di Mariele festeggiato alla Festa dell’Unità e, soprattutto, la grande notizia della trasmissione su RAI 1, oggi 3 novembre, del film dedicato a Mariele. In entrambi i casi i Vecchini sono stati protagonisti. Io però mi occuperò di altro.

La prima esibizione che vorrei ricordare è quella che si è tenuta il 19 maggio a Granarolo dell’Emilia, in occasione della dedica della piazzetta di via Irma Bandiera a Mariele Ventre.

I Vecchioni si sono schierati sotto il voltone di un portico… gente ce n’era davvero tanta, nonostante la giornata di pioggia. Per una volta i “Vecchioni” erano a….metri zero dal pubblico, ed è stato ancora più bello quasi toccare con mano la spontaneità e la precisione con la quale si esibiscono. In altri termini si potrebbe parlare di grande professionalità, ma il fatto è che questo sarebbe limitante. Sì, perché “I Vecchioni” non sono solo un ottimo coro, che di certo farebbe una splendida figura cantando qualsiasi cosa. “I Vecchioni” sono il coro degli ex bambini del Piccolo Coro dell’Antoniano, quello inimitabile di Mariele Ventre, che bontà loro hanno deciso di condividere con noi bellissime canzoni che forse possono apparire infantili nella forma, ma non lo sono affatto nei contenuti e nella espressione artistica. Quello che li rende insuperabili è l’essere dei portatori sani di felicità, dei moltiplicatori d’entusiasmo, dei disciplinatissimi giocherelloni: fanno sentire lo spettatore in famiglia, anche un po’ bambino, ma di quei bambini di una volta, che senza paturnie esistenziali ti ricostruivano il mondo dopo la fine della guerra. Energia positiva allo stato puro! Sempre preziosa la presenza di Maria Antonietta Ventre, emozionata, misurata ed emozionante. Infine, fantastica Mariele che da lassù, in una giornata di pioggia, quando è venuto il momento di dedicarle la piazza, ha fatto comparire un raggio di sole. In quella piazza due volte all’anno si terrà una gara di cori.

Il secondo appuntamento è stato…là dove tutto è iniziato. Grande emozione il 16 giugno per il concerto tenuto nello studio televisivo dell’Antoniano. Lo scopo era di beneficenza a favore dell’Antoniano stesso, e la platea d’onore era piena di personaggi di rilievo: politici bolognesi, il grande Mario Cobellini e il celeberrimo giornalista Mario Luzzatto Fegiz che ha poi dedicato un importante articolo all’avvenimento su Il Corriere della Sera. È stata l’occasione per ricordare anche che, se è su quel palcoscenico che il pubblico ha potuto conoscere i bambini del Piccolo Coro, in realtà è molto più importante la sala prove, lì vicina, dove i ragazzi provavano e provano ancora le canzoni con una disciplina davvero ammirevole, allora perché erano piccoli, oggi perché sono adulti con famiglia, carriere lavorative ed impegni. In quella sala c’è ancora, per sua espressa volontà, il pianoforte di Mariele. E ancora una volta la mente va a quanto eccezionale sia stata quella donna, per aver lasciato, a chi ebbe la fortuna di conoscerla, questa voglia di fare con un mix irresistibile di rigore ed allegria, che ha reso i suoi ragazzi una famiglia allora, e anche oggi, a distanza di tanti anni. Due parole sono doverose su Luciana Boriani: è lei che guida il coro, dai risultati si capisce quanto sia esigente, ma dirige con una umiltà che ricorda quella di Mariele, e una simpatia tutta sua. L’esibizione è stata arricchita, come sempre quando la location lo consente, dalla ennesima edizione del documentario inventato dall’irresistibile Francesca Bernardi. “Ennesima” in quanto, perfezionista come Mariele, Francesca continua a rivedere e limare la sua opera, adeguandola alla platea del momento e ai nuovi documenti scoperti: il risultato è uno spettacolo che si rinnova ogni volta.

Il terzo appuntamento, il 4 ottobre, è stato nella biblioteca della Basilica di San Francesco, per una raccolta fondi in favore del restauro del tetto della Basilica stessa. Questa volta si è trattato di un “radioconcerto”, perché le canzoni dei Vecchioni sono state intervallate, e spesso spiegate e introdotte, dalla voce di Mariele. In una parola: bellissimo! Bellissimo per la cornice, una biblioteca storica al fianco di un chiostro che consente una prospettiva unica sulla basilica. Bellissimo perché “I Vecchioni” son proprio bravi: ed era un piacere sentirlo dire -più volte durante il concerto- dal Maestro Stefano Nanni, a fianco del quale avevo l’onore di sedere. Bellissimo perché Maria Antonietta Ventre trova sempre modi nuovi per farci sentire vicina Mariele. Bellissimo per aver potuto chiacchierare con la splendida Liliana Caroli, per la disinvoltura di Giacomo Calzolari sempre più a suo agio nel ruolo di “bravo presentatore”, per la presenza sempre più amichevole di Mario Luzzatto Fegiz e quella commossa e commovente di Mario Cobellini. Applausi meritatissimi quindi per Francesca Bernardi. Applausi sui quali è doveroso fare una riflessione. Penso che “I Vecchioni” siano nati per gioco e per voglia di stare assieme, perché come dicevo prima Mariele è riuscita a fare di loro una famiglia, al di là dello spazio e del tempo. Già questi sono valori di grande importanza che è un piacere vedere testimoniati con tanta naturalezza. Mi sembra però che il progetto di Francesca stia diventando qualcosa di ancora più rilevante. La passione nella ricerca di materiali audiovisivi ormai storici, la capacità di dare loro nuova vita, l’abilità nel ripercorrere vecchi legami creatisi ai tempi del Piccolo Coro di Mariele sta pian piano realizzando un gande affresco che ci mette in contatto con un’Italia che non è più. Ne sta scaturendo insomma un vero e proprio lavoro storico che l’Antoniano, e ancora di più la Città di Bologna, non solo non dovrebbero lasciarsi sfuggire ma, in qualche modo, dovrebbero rendere permanente e fruibile nelle più diverse chiavi di lettura. “I Vecchioni”, così come li sta sviluppando Francesca, sono diventati un vero patrimonio culturale che va ulteriormente conservato e potenziato. Nelle mani di Francesca e con l’aiuto della Fondazione Mariele Ventre,  dell’Antoniano e della Città di Bologna, non c’è alcun dubbio che questo potrà accadere!

Mariele TV
E ora tutti pronti per la grande prima televisiva di stasera.

P.S.: “I ragazzi dello Zecchino d’oro” è davvero bello! Complimenti al regista e a tutti gli attori!

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Cosa scrivo

A “Pugni chiusi” in Parlamento!!

E così, grazie al dinamico duo Ezio Alessio Gensini e Leonardo Santoli mi sono ritrovato addirittura alla Camera dei Deputati! Certo che si era iniziato bene: la presentazione ufficiale dell’opera è stata fatta nel Palazzo del Consiglio Regionale Toscana il 25 giugno 2018.  In una formidabile escalation, però, il 15 novembre 2018 è stata fatta una presentazione addirittura alla Camera dei Deputati!

“Pugni chiusi” è una antologia che, grazie al genio di Ezio Alessio Gensini e Leonardo Santoli ideatori dell’opera, ha il merito indiscutibile di affrontare un fenomeno come il bullismo, così diffuso e multiforme, da diversi punti di vista. Immagini suggestive, saggi di esperti di grande caratura nelle più diverse discipline, poesie, racconti.. Più che un libro è una cassetta degli attrezzi alla quale genitori, insegnanti, ragazzi possono attingere per accrescere la loro consapevolezza sulla materia e farne oggetto di discussione. Il tutto è impreziosito dai dipinti di Leonardo e dalle poesie di Ezio Alessio. Fra gli altri contributi, anche il mio racconto  “Superpotere”.

Grazie quindi alla Regione Toscana che ha edito il libro e lo ha messo a disposizione gratuitamente sul suo sito: perché le cose belle e utili, di gran livello come questa, non hanno prezzo. Il link è:

http://www.consiglio.regione.toscana.it/Eda/default?idc=40&Nome=zoom&Sez=&Tem=&Ann=&Par=&Pub=161.

 

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Cosa leggo

Moai in Sicilia

Uno spazio minimo – Rosalia Messina

Ci sono libri che vengono letti quasi senza accorgersene, pagina dopo pagina, quasi si venisse cullati dalla corrente di un fiume, senza fare nessun’altra fatica che voltare le pagine, e immergersi nei paesaggi e nelle vicende di volta in volta descritti.
Quando ho aperto “Uno spazio minimo”, di Rosalia Messina, Melville Editore, pensavo di trovarmi davanti a un racconto del tipo “Lessico Familiare” di Natalia Ginzburg. E qui vanno dette due cose: la prima, che ho letto Lessico decine di anni fa ma per me rimane il termine di confronto imprescindibile quando si parla di vicende familiari, la seconda, che conosco di fama Rosalia Messina quindi il paragone non mi sembrava affatto azzardato.
Mi aspettavo di trovare un affresco familiare, dipinto con pennellate sapienti, con mano femminile, dolce e profonda.
Invece ho dovuto metterlo da parte, quel libro, perché già le prime pagine soso state come coltellate. Per carità! È scritto benissimo, con eleganza, è un libro da leggere! Ma per me è stato come guardarmi allo specchio, non uno specchio normale, bensì uno di quelli deformanti dei luna-park. Questo perché mi sono riconosciuto se non nelle vicende di Angelica, la protagonista, di sicuro nei suoi problemi, nel suo essere bambina estraniata dal mondo, nella sua vita complicata soprattutto dalla mancanza di uno spazio minimo di confort, dove sentirsi apprezzati, difesi, dove essere se stessi senza dover ad ogni respiro dar conto della propria esistenza a giudici distratti e incapaci. Grande sintonia, quindi, e rispetto per l’autrice, ma assieme il disagio di dover rivivere sensazioni non gradevoli, per chi come me le condivide, con l’imbarazzo di vederle declinate in modi e situazioni, in una vita, che non è la propria. Ho avuto bisogno di molto tempo per trovare un po’ di coraggio per continuare la lettura, ma una volta ripresa ho finito il libro in un pomeriggio. E mi sono appassionato alle vicende di Angelica, a questa noria o Ananke o destino, in cui è imprigionata per cui le difficoltà di una generazione inevitabilmente si ripercuotono in quella successiva. In questa Sicilia alienata in cui è immersa, di cui si percepisce l’odore ma non impressioni visive, quasi si fosse abbagliati dal sole ogni volta che si scostano le tende per guardare fuori dalla finestra. Con persone che appaiono spesso come Moai, anche quando l’autrice ci permette di conoscerli a fondo, e noi cerchiamo un cuore ma non troviamo che pietra. E tuttavia Angelica cerca la sua strada, dapprima uno spazio in cui estraniarsi della sua famiglia, una perfetta famiglia del dopoguerra, capace di fornire benessere materiale, ma incapace di insegnare la gioia, perché priva di esperienze personali da cui trarla, e di ideali a cui ispirarsi. Poi un primo matrimonio fallito, una seconda unione, la difficoltà di diventare madre, la carriera professionale… E noi camminiamo con lei, verrebbe voglia di prenderla per mano, questa Angelica, e nello stesso tempo di correre via per non fare i conti con la nostra, di vita: benché questo non è un racconto sentimentale, ma profondamente umano, e le cose umane lo sappiamo, possono essere bellissime e dolorosissime assieme.
Pochi giorni fa uno scrittore, Ivano Porpora, mi spiegava come scrivere un libro sia un atto d’amore, un mettere il proprio vissuto a disposizione di sconosciuti per condividere con loro le nostre esperienze e, se va bene, aiutarli. Leggete “Uno spazio minimo”, e siate grati a Rosalia Messina, all’Editore e agli amici che l’hanno sostenuta in questa opera: perché se forse non c’è nessuna biografia almeno un poco romanzata, di sicuro non c’è nessun romanzo almeno in parte autobiografico, e quindi in questo racconto di amore, alla fine, ce n’è tanto. Tanto davvero. E anche gioia. La gioia alla fine di farcela!

 

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Drammatici aperitivi

Drammi quotidiani – Paolo Panzacchi

Io odio Fantozzi. Credo di averne visto un solo film, anni fa, quello con la corazzata Potëmkin, e poi basta. Se facendo zapping metto il tasto su di un film di Paolo Villaggio, cambio subito, e se fossi capace inventerei un Parental Control dedicato. Perché ho sempre trovato la comicità di Paolo Villaggio greve, aggressiva, una sorta di bullismo compiaciuto nei confronti di persone che per destino e per censo, nonché lo riconosco per mancanza di talento, non si sono potute permettere la vita che ha fatto lui. Se poi aggiungiamo che quella classe impiegatizia, così ferocemente sfanculata, godeva di condizioni contrattuali che oggi nei favolosi anni 2000 e passa ce le sognamo… bhe, ridere con Fantozzi mi sembra un atto di autolesionismo.
Così, quando mi son trovato alla presentazione di “Drammi quotidiani”, Pendragon Editore, il divertente e intelligente libro di Paolo Panzacchi, e la grande Marilù Oliva (Alt! Un consiglio da amico, ma di quelli veri: se sapete che Marilù sta presentando un libro, uno dei suoi magnifici o quello di qualche altro collega scrittore, piantate lì tutto quello che state facendo, e andateci: vi godrete un’ora di eleganza, di ragionamenti mai banali da parte di una persona colta e sensibile, di grande empatia e sensibilità e amore critico per la realtà che ci circonda… da Marilù c’è sempre da imparare, e dopo vi sentirete migliori)… quando ero alla presentazione, dicevo, e la bravissima Marilù ha esordito citando Fantozzi, un po’ mi sono sentito male. Ma solo un po’, perché Paolo ha parlato del personaggio protagonista del libro con simpatia e affetto, e Marilù ci ha fatto capire che “Drammi quotidiani” non è solo un libro divertente.
Perché è vero, “Drammi” è la tipica lettura da ombrellone, da fare in spiaggia senza vergognarsi di mettersi a ridere da soli, e anche spesso. Ma è anche un affresco, divertito e ironico, ma non caricaturale, della vita di una giovane coppia, assolutamente moderna nei suoi equilibri interni e nel suo dialogare con il mondo. Mondo che in prospettiva è occupato per una gran parte dalla figlia dei due, Elena. Se desiderate un libro divertente, “Drammi quotidiani” lo è. Un divertimento leggero, mai cattivo, a volte insistito ma dovete immaginarvelo, il Panzacchi, non mentre scrive ma mentre è ad un aperitivo e infila una battuta dietro l’altra per divertire gli amici. Il fatto è che Panzacchi oltre che simpatico è una bella persona e anche un gran lettore per cui, alla fine, superati i colpi di scena e la parte del libro che è un po’ meno divertente ma sostiene tutto il resto, ci si rende conto di aver affrontato in modo non banale argomenti impegnativi, che compongono quella scena, reale, dove noi lettori veri ci muoviamo, e Fantozzi non trova posto.

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Taranteja KRO

Narrativa – L’ULTIMO RE DI DELFI – Gianluca Facente

Ci sono racconti indimenticabili per la trama, altri per il modo in cui sono tratteggiati i personaggi, altri per gli ambienti o i periodi storici descritti, altri ancora, infine, per la passione che l’autore riesce a infondere nelle sue pagine. Se poi queste caratteristiche sono tutte presenti, mixate, e ci si aggiunge anche una buona dose di scanzonata ironia, allora quello che ci aspetta è una ottima lettura e ore di svago. Svago di quello buono, s’intende, dove divertendoci impariamo qualcosa. “L’ultimo Re di Delfi”, del crotonese Gianluca Facente, è uno di quei diamanti grezzi nei quali ci si imbatte per caso, e se ne è felici, perché presenta tutte queste qualità.
Quello che ci conquista in questo racconto onirico, nel quale il protagonista perde coscienza per trovarsi catapultato in una vicenda fantastica che ha per teatro la città di Crotone, e per fine il desiderio di riscatto dichiarato fin dalle prime pagine, è la ricchezza di riferimenti culturali, mitologici, storici, che ci rapisce in una danza arcana. È una taranteja, questo libro, una tarantella calabrese, che non ha nulla a che vedere con gli attarantolati: qui la “rota” disegnata dai danzatori è la danza di una comunità e di un territorio. È una taranteja i cui danzatori sono maschi, Ciano ed Ificle, e danzano per conquistare lo spazio e il tempo, all’interno della chora di Crotone, per ritrovare la memoria e per trarre da questa la forza per rigenerare la grandezza della città. È una taranteja di formazione, perché il protagonista via via acquista consapevolezze che gli consentiranno di superare la prova finale.
Non a caso il libro è dedicato al padre dell’autore, e nel testo c’è molto di paterno, nel senso di trasmissione dell’identità fra le generazioni, e di volontà di costruirsi la via per un futuro migliore. Un’ultima nota. Nel suo viaggio fantastico, fra una avventura e l’altra, di tanto in tanto l’autore cita canzoni in inglese, che risultano essere il legame più evidente con la realtà…vera. Questo è, se vogliamo, la prova più tangibile che l’autore ha voluto presentarci dello stato di smarrimento di identità in cui si trova Crotone e, con lei, l’Italia intera. Facente sta lottando per migliorare questo stato di cose, con forza ed entusiasmo, da comunicatore ed uomo di cultura qual è. Una cosa è certa: non rimarrà solo.

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Farfalle

Narrativa – LA LIBRAIA di Fulvia degl’Innocenti. Ed. San Paolo

In fondo siamo tutti farfalle. Non importa se passiamo la vita fra mille affanni, impegnati in azioni ripetitive e noiose. Non importa se come bruchi teniamo sempre la testa bassa, e ci ingozziamo con la nostra foglia, che può assumere infinte forme, ma sempre e solo una foglia è. Siamo tutti farfalle, ognuna diversa delle altre: bellissime, uniche e irripetibili farfalle. Il problema semmai è che nella nostra vita bulimica finiamo per dimenticare che da qualche parte le ali le abbiamo, e così non le usiamo. Solo se siamo davvero fortunati incontriamo sulla nostra strada qualcosa che ce le fa ricordare.
Chi ha l’occasione di leggere La Libraia, di Fulvia degl’Innocenti, ed. San Paolo, è sicuramente fortunato. Perché è un bel libro. Perché è scritto bene. Perché la trama è interessante. Perché è capace di riempire di echi le nostre anime, di suggerire con straordinaria naturalezza valori profondi, e lo fa dimostrando ad ogni riga un rispetto per il lettore raro al giorno d’oggi. Un rispetto, una delicatezza ancora più preziosi perché il pubblico a cui si indirizza libro è quello dei ragazzi, anche se la lettura è piacevolissima e consigliata anche e soprattutto agli adulti.
Il libro si divide in quattro parti. Il primo capitolo è assolutamente magico, per chi ama la lettura, ma affascinante per chiunque preferisca essere “una marionetta con l’anima” e non un Pinocchio dai “colori troppo vivi e gli occhi sgranati”. Seguono una prima serie di capitoli (le “scene”) dedicata all’adolescenza di Lia, ragazzina problematica. E abbiamo come protagonista una giovane che sì, è vero, è il prototipo della “vittima della società” (una madre sbandata e incapace, un padre estraneo e opportunista, una vita in comunità inadeguate…) ma finalmente fuori di ogni buonismo è descritta per quello che è: davvero antipatica. Seguono le “scene” in cui la ragazzina viene affidata alla Libraia, diventando apprendista in una piccola e affascinante libreria. Questa è l’occasione per tratteggiare un secondo personaggio originale, quello appunto della Libraia, che nasconde un passato insospettabile. Il rapporto fra le due donne, e con la libreria, occupa così la terza parte dell’opera, fino all’ultimo capitolo, dove la trama si risolve. La quarta parte del libro, quella nella quale Lia dispiega le sue ali, Flavia Degl’Innocenti non l’ha scritta, ma tale è il coinvolgimento che ha saputo creare nel lettore che, credetemi, ciascuno continuerà in modo personale il racconto immaginando per Lia nuove avventure e una vita nuova.
Due parole infine per ringraziare, assieme all’Autrice, i Librai capaci come Dedalo di fornire la ali a noi lettori distratti.

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Sull’elefante con il prof. Pico Pane

Narrativa – L’ULTIMO ELEFANTE di Pino Pace. Ed. Giunti Junior

Ok, devo rimettermi pesantemente a dieta. Questa consapevolezza, raggiunta la settimana prima di Natale, nel pieno di un tour di cene aziendali, non può che avere un carattere tragicomico. Ma, credetemi, non è un problema a poco e così, per consolarmi e nello stesso tempo per rafforzare il mio intento, decido di affidarmi alla lettura. Alla lettura sì, ma di cosa? Attratto dal contenuto storico, e dal titolo che è un ottimo memento per la mia dieta, prendo “L’ultimo elefante” di Pino Pace e, con un sospiro, inizio a leggere. Ovviamente non è un libro in cui si parla di diete, anche se a dir la verità il protagonista Mes, un ragazzo di 12 o forse 13 anni, di fame ne patisce parecchia quando, rapito dal suo villaggio in Gallia, viene obbligato a seguire l’esercito di Annibale in marcia verso Roma e diventa mahaba, conduttore d’elefanti. E qui cominciano i problemi. Eh sì perché Pino Pace, mannaggia a lui, ha scritto un gran bel libro. Conoscevo Pino Pace per le mirabolanti avventure del professor Pico Pane a caccia di stranissime bestiacce sulla terra e nello spazio, e l’ho ammirato (forse sarebbe più sincero dire “l’ho invidiato” ma, suvvia, sotto Natale s’ha da fare i buoni…) per i suoi bellissimi haiku (no, dico, questo qui: “cade dal cielo/il pupazzo di neve/fiocco a fiocco” non è geniale?). Ma “L’ultimo elefante” mi è piaciuto un sacco, e l’ho divorato: i libri come questo sono buoni, non contengono zuccheri né proteine, sono un ricostituente per la mente e aumentano la massa muscolare del cuore. L’aspetto storico nel libro è sicuramente presente e ben sviluppato (offerto con discrezione, tanto da invogliare approfondimenti e facilitare l’innamoramento per la materia), così come lo svolgimento della vicenda che ne fa un ottimo romanzo di formazione. Però ciò che rende questo lavoro davvero di grande valore sono altri due aspetti: parla di guerra con sensibilità ma senza retorica, il che al giorno d’oggi è segno di grande intelligenza e libertà intellettuale, e racconta una storia tutta al maschile facendolo in modo ruvido, sobrio, spartano, tanto che a tratti mi venivano in mente i Commentarii di Cesare. L’io narrante è quello del protagonista, reso magistralmente nel modo di affrontare da adolescente -tempeste ormonali comprese- una situazione così difficile: il godibilissimo aspetto avventuroso/muscolare è comunque equilibrato da suggestioni profonde, in un mix molto gradevole. Fra i personaggi complementari una citazione di simpatia va a Sileno, intellettuale eccentrico in ambiente militaresco. E il confronto fra Cartaginesi e Romani? La grandezza concreta della civiltà romana viene rappresentata da una villa e i suoi bellissimi affreschi, e la maestà iconica di Annibale è descritta, più che Annibale medesimo, dal suo cane infernale Rojo.
Insomma, “L’ultimo elefante “ è il libro equilibrato e intelligente, da maschi, che avrei voluto leggere quando ero un ragazzino di 12 o forse 13 anni, ma va benissimo anche quando si ha un’età che è un multiplo di quelle!

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