Cosa leggo

Neorealismo giallo

Narrativa – PRIMO VENNE CAINO di Mariano Sabatini, Salani Editore

Avvolgente. Parlare del secondo romanzo che Mariano Sabatini (Premio Flaiano, Premio Romiti e altri meritati riconoscimenti) dedica al suo Leo Malinverno, mi mette un po’ a disagio, perché so di non poter aggiungere nulla a un successo così meritato: provarci è una follia.
Però “Primo venne Caino” merita la follia di rubare in sacrestia, di brandire un cotton-fioc davanti a Greta, di ballare la macarena al cimitero. Merita soprattutto di essere letto e riletto. Perché ci si ritrova tutto quanto fa de “L’inganno dell’ippocastano” un bel romanzo e, soprattutto, ce lo si trova in misura anche maggiore.
In “Primo venne Caino” i personaggi si abbandonano a una sorta di sentimental-esistenziale ballo del palo intrecciato attorno alle gesta di un serial killer, il tatuatore, che uccide asportando alle vittime brandelli di pelle con tatuaggi. Su tutto giganteggia una Roma torrida, indifferente, sporca, dichiaratamente invisibile ai romani ma presente nel libro con scorci di abbacinante bellezza, proposta al lettore con una raffinatezza da gran letteratura e un realismo degno di Comencini. Non rimane deluso chi cerca il giallo, né chi ama i colpi di scena, né chi vuole conoscere meglio il personaggio ben tratteggiato di Leo Malinverno. Ma ciò che rende “Primo venne Caino” una opera dalla quale non ci si stacca facilmente, ciò che ne fa una prova letteraria prima ancora che un romanzo “di genere”, è la capacità dell’autore di descrivere una atmosfera, un ambiente, e per suo tramite un modo d’essere che può manifestarsi così solo in quella particolare dimensione spazio-temporale. Dicevo di Roma: una Roma respirata fra le pagine in tutta la sua meraviglia e la sua decadenza, una umanità che vi si aggira distratta, senza quasi proiettare ombre, come ne “La partenza degli argonauti” di Giorgio de Chirico, perché in quel luogo sublima il proprio dramma in una sostanziale inconsistenza. L’erotismo mediterraneo, soffuso ovunque, delizioso nella sua interpretazione retrò, anni ’70, trova la sua ragion d’essere più che nel fascino virile di Malinverno nella necessità di bilanciare il Thanatos che striscia fra le righe del romanzo: di più, è il controcanto all’intreccio di sentimenti che costituisce il non scontato bonus aggiuntivo alla storia di un crimine. Il coraggio di inserire in una trama “gialla” l’approfondimento psicologico anche dei personaggi secondari, la capacità di trattare con naturalezza argomenti non semplici come la malattia o i rapporti fra le generazioni, il modo disincantato di guardare al mondo dei “mass media”, la maestria nel rappresentare la realtà contemporanea in modo diretto ma con grande senso della misura: tutto questo fa di questa opera una esperienza letteraria che non si dimentica facilmente, destinata a durare nel tempo.
Senza dimenticare che uno scrittore, che negli anni duemila ha il coraggio di riesumare il sostantivo “belluria” in un’opera destinata al grande pubblico, merita già solo per questo tutta la nostra simpatia!

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Lilith

Narrativa – Moon. Antologia a cura di Divier Nelli, Lisciani Libri

Prezioso. Anche quando non si è più giovani come il sottoscritto, non sono tanti gli eventi di rilevanza storica dei quali si può dire di essere stati testimoni. Ebbene, all’epoca dello sbraco sulla luna, il 20 Luglio 1969, io c’ero. Ricordo in modo abbastanza nebuloso il fatto che l’allunaggio fosse un episodio della rivalità fra le due superpotenze (che volete, le notizie mi arrivavano soprattutto tramite le immagini di Topolino o di Oggi, e qualche frammento di telegiornale; avevo capito che c’era una gara ma non esattamente fra chi)… ma ho ben chiara in mente l’immagine del sottoscritto che guarda la luna sperando che lassù ci si trovasse qualcuno, o di mia mamma che torna dalla parrucchiera con un incredibile gadget di plastica che simulava un frammento di roccia lunare (fin da allora classificato come orribile, eppure conservato per anni, se non altro come simulacro dello spirito imprenditoriale delle parrucchiere di periferia). Nettissimo poi è il ricordo della trasmissione dell’atterraggio con i commenti di Tito Stagno, e potrei citare a memoria alcuni libri celebrativi che prevedevano già per gli anni ’90 la prima base sulla luna. Tutto molto bello.
E poi?
Ottima l’idea di Divier Nelli di dedicare una antologia di racconti, alcuni di famosi scrittori di vaglia, altri di esordienti, tutti interessanti, allo sbarco sulla luna nella ricorrenza del cinquantennale: se i fatti storici sono noti, solo un approccio artistico a più voci può restituire attualità alle immagini in bianco e nero dell’epoca. Di più, la qualità dei contributi consente di distogliere lo sguardo dalla siderale freddezza dei dati scientifico-tecnici per riflettere su cosa davvero significò quell’evento a 50 anni di distanza. Un libro prezioso, quindi, per le inedite prospettive che consente di esplorare, e perciò quanto di più lontano da un “istant book” si possa immaginare.
Fra tutti i racconti, due parole vanno dedicate a “Il lato oscuro della luna” di Mariano Sabatini.
La capacità evocativa di Sabatini nel rappresentare Roma e la società romana è cosa nota ai moltissimi che apprezzano, non solo in Italia, i suoi gialli. Ancora una volta quindi è la capitale a fornire la scenografia nella quale si muovono i personaggi. Una Roma evocata con i nomi di strade celebri, descritta quasi incidentalmente per il suo clima o per la sua luce, e calata all’epoca del film “Vacanze romane” dalla vespa e dalla decapottabile guidate dal protagonista. Questa scenografia minimalista e rarefatta, lunare appunto, è popolata da individui decadenti che romani non sono, e che abitano lì solo per non essere altrove, o viceversa in attesa di andare presto altrove. Il protagonista de “Il lato scuro della luna”, il giornalista RAI Osvaldo Cataldi Manoja, è l’abitante perfetto di una Roma che, città eterna, si muove nel tempo per inerzia e arriva sempre in ritardo al presente: in questo caso ha ben poco del dinamismo della fine degli anni ’60. Cinico, anaffettivo, annoiato, il personaggio è descritto magistralmente nella sua inconsistenza e ahimè, nella sua valenza di archetipo dell’italiano medio. Che c’entra quest’uomo, di cui nel racconto percorriamo l’intera vita, con lo sbarco sulla luna? Niente, in realtà. Sabatini decide di descrivere l’allunaggio sullo sfondo di una storia d’amore. Dire di più significherebbe svelare più del dovuto la trama, ma l’importanza dell’opera sta nel valore metaforico che assume la vicenda umana rispetto all’episodio storico. Si viene così presi elegantemente per mano e portati a riflettere su cosa sia stato effettivamente dal punto di vista culturale lo sbraco sulla luna. E la risposta è chiara: una impresa fallocratica, una avventura straordinaria, eroica ma, senza seguito come è rimasta fin’ora, fondamentalmente inutile. La sensibilità artistica di Sabatini ci porta a pensare che in realtà in quell’allunaggio abbiamo perso molto più di quanto abbiamo guadagnato: la luna deflorata non interessa più ai poeti e nemmeno agli autori di fantascienza. Non serve nemmeno come meta di nuove spedizioni spaziali, nelle quali compare semmai, e non sempre, solo come tappa per un viaggio su Marte. L’allunaggio, quindi, ha lasciato dietro di sé il nulla. A meno che non si voglia vedere nella decadenza dell’occidente tutto, seguita a quella epocale impresa, la rivincita della luna, nelle vesti di Lilith, la luna nera, demone avverso al potere generativo maschile. E dopo cinquant’anni, che ne è stato dell’ormai anziano Osvaldo Cataldi Manoja? Lui è lì, sulle rive del Tevere, a dimostrare quanto sia vera la massima di Chateubriand: “Per un grand’uomo nascere non è tutto: bisogna morire”.

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Le scarpe degli angeli

Narrativa – SHOEFITI Di Caterina Falconi, I romanzi della BLACK LIST, Lisciani Libri

Delizioso. Se questo romanzo fosse un dolce, sarebbe una ciambella, di quelle fragranti e ghiotte da assaporare con soddisfazione nel salotto di casa, sorbendo una tazza di buon tè. Magari vicino a qualcuno steso sul tappeto, con un coltellaccio piantato nella schiena. Eh sì, perché se in Shoefiti gli ingredienti del giallo ci sono tutti (rapimenti, sangue, avventura…), il racconto è però ricco di molti altri spunti, e il risultato complessivo viene ricondotto perciò a una dimensione che, per la sua naturalezza, è molto adatta ai più giovani.

Shoefiti è la moda di lanciare scarpe legate per i lacci così che rimangano appese ai cavi della luce, ai lampioni o agli alberi. Non si sa bene il significato di questo gesto, da alcuni ricondotto a un segnale per tossicodipendenti, ma la moda nata negli Stati Uniti si è diffusa ormai in tutto il mondo. Caterina Falconi ne dà una interpretazione tutta sua: sono le scarpe degli scrittori che, si sa, in genere hanno la testa per aria quindi, ça va sans dire, camminano nel cielo. Per conoscere un’altra interpretazione possibile, bisogna leggere il libro, dove due ragazzi abruzzesi sono chiamati a risolvere l’enigma del rapimento delle loro nonne: dovranno viaggiare fino a Bologna per risolvere il mistero. L’attento uso di tutti i topoi che fanno di un romanzo per ragazzi un buon romanzo, fa di Shoefiti il testo ideale per una scuola di scrittura dedicata alle opere per i più giovani. La scrittura di Caterina è fluente, l’attenzione alla realtà contemporanea è sempre presente, il riferimento dialettico con i valori con la “V” maiuscola è continuo, mai banale. L’uso frequente delle similitudini arricchisce la narrazione di immagini suggestive, il cui lirismo conferisce una profondità sensoriale alla vicenda e testimonia la sensibilità profonda dell’autrice: una vena poetica che proprio non ce la fa a restare carsica ma affiora in superfice tutte le volte che può. La tenerezza materna con cui sono delineati gli spasimi amorosi del protagonista dona alla storia sfumature delicate a cui non siamo più abituati. La solitudine degli adolescenti, non più bambini e non ancora adulti, la rabbia nei confronti dei genitori, l’affetto per i nonni, l’incomunicabilità fra le generazioni sono narrate come fatti naturali, quali tappe di un percorso di crescita, senza velleità rivoluzionarie o drammatiche.
L’ambientazione è precisa e suggestiva. Che piacere ritrovare l’Abruzzo che amo (errata corrige: la gente d’Abruzzo che amo, così rocciosa all’apparenza e così piena di cuore e passione appena ne diventi amico), i treni che sfrecciano inseguiti dalle onde del mare delle Marche, una Bologna godereccia, cialtrona e iperbolica.
Una storia piacevole che, con una equilibrata sapidità drammatica, senza cercare l’effetto fine a se stesso, sa ricondurre con naturalezza la dimensione dell’avventura alla rassicurante quotidianità del lieto fine.

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Cosa succede

L’anno dei Vecchioni (3 novembre 2019)

Si sa, “I Vecchioni di Mariele Ventre” non è forse il nome più adatto, se si fa musica, a scatenare deliri da concerto rock o tifo da stadio. Eppure basta guardare come sono belli mentre si schierano sui gradini del coro, queste signore e signori che compongono il gruppo, per cogliere l’ironia con la quale oggi si può usare quel termine nei loro confronti. Ironia che deriva direttamente da quella con cui Mariele chiamava gli undicenni che, per ragioni di altezza più che di età, dovevano giocoforza concludere la loro esperienza nel coro dell’Antoniano. E la più giovane di tutti, appena dodicenne, è Francesca Bernardi, effervescente ideatrice di questa esperienza musicale, alla quale va subito un caloroso “grazie” per le emozioni che, con la complicità dei suoi amici, riesce a suscitare in noi spettatori.
Ora che ho esaurito le formalità, voglio dire fino in fondo quello che penso. “Vecchioni” è un nome profondamente trasgressivo in una società intrisa di un giovanilismo dozzinale, in cui tutto sembra orientato ai giovani (peraltro sempre meno numerosi), ma dove entusiasmo ed energia sono spesso scambiate con approssimazione e noia. Quindi ben venga questo nome, da portare con orgoglio come una cresta colorata, come un piercing d’amore, come una maglietta con su scritto “Bèla Bulåggna” !
Ci sono stati tre appuntamenti, fra le esibizioni di quest’anno dei Vecchioni, su cui vorrei soffermarmi. Sia ben chiaro: ci sono state altre “uscite” dei Vecchioni più importanti, altre presenze e riconoscimenti più eclatanti, ma questi sono quelli a me più cari fra quelli ai quali sono riuscito a presenziare: sì perché “I Vecchioni” orami sono così lanciati nel mondo dello spettacolo che non c’è settimana che non li veda protagonisti -loro e Mariele- di qualche evento. Citerò solo due appuntamenti: il”compleanno” di Mariele festeggiato alla Festa dell’Unità e, soprattutto, la grande notizia della trasmissione su RAI 1, oggi 3 novembre, del film dedicato a Mariele. In entrambi i casi i Vecchini sono stati protagonisti. Io però mi occuperò di altro.

La prima esibizione che vorrei ricordare è quella che si è tenuta il 19 maggio a Granarolo dell’Emilia, in occasione della dedica della piazzetta di via Irma Bandiera a Mariele Ventre.

I Vecchioni si sono schierati sotto il voltone di un portico… gente ce n’era davvero tanta, nonostante la giornata di pioggia. Per una volta i “Vecchioni” erano a….metri zero dal pubblico, ed è stato ancora più bello quasi toccare con mano la spontaneità e la precisione con la quale si esibiscono. In altri termini si potrebbe parlare di grande professionalità, ma il fatto è che questo sarebbe limitante. Sì, perché “I Vecchioni” non sono solo un ottimo coro, che di certo farebbe una splendida figura cantando qualsiasi cosa. “I Vecchioni” sono il coro degli ex bambini del Piccolo Coro dell’Antoniano, quello inimitabile di Mariele Ventre, che bontà loro hanno deciso di condividere con noi bellissime canzoni che forse possono apparire infantili nella forma, ma non lo sono affatto nei contenuti e nella espressione artistica. Quello che li rende insuperabili è l’essere dei portatori sani di felicità, dei moltiplicatori d’entusiasmo, dei disciplinatissimi giocherelloni: fanno sentire lo spettatore in famiglia, anche un po’ bambino, ma di quei bambini di una volta, che senza paturnie esistenziali ti ricostruivano il mondo dopo la fine della guerra. Energia positiva allo stato puro! Sempre preziosa la presenza di Maria Antonietta Ventre, emozionata, misurata ed emozionante. Infine, fantastica Mariele che da lassù, in una giornata di pioggia, quando è venuto il momento di dedicarle la piazza, ha fatto comparire un raggio di sole. In quella piazza due volte all’anno si terrà una gara di cori.

Il secondo appuntamento è stato…là dove tutto è iniziato. Grande emozione il 16 giugno per il concerto tenuto nello studio televisivo dell’Antoniano. Lo scopo era di beneficenza a favore dell’Antoniano stesso, e la platea d’onore era piena di personaggi di rilievo: politici bolognesi, il grande Mario Cobellini e il celeberrimo giornalista Mario Luzzatto Fegiz che ha poi dedicato un importante articolo all’avvenimento su Il Corriere della Sera. È stata l’occasione per ricordare anche che, se è su quel palcoscenico che il pubblico ha potuto conoscere i bambini del Piccolo Coro, in realtà è molto più importante la sala prove, lì vicina, dove i ragazzi provavano e provano ancora le canzoni con una disciplina davvero ammirevole, allora perché erano piccoli, oggi perché sono adulti con famiglia, carriere lavorative ed impegni. In quella sala c’è ancora, per sua espressa volontà, il pianoforte di Mariele. E ancora una volta la mente va a quanto eccezionale sia stata quella donna, per aver lasciato, a chi ebbe la fortuna di conoscerla, questa voglia di fare con un mix irresistibile di rigore ed allegria, che ha reso i suoi ragazzi una famiglia allora, e anche oggi, a distanza di tanti anni. Due parole sono doverose su Luciana Boriani: è lei che guida il coro, dai risultati si capisce quanto sia esigente, ma dirige con una umiltà che ricorda quella di Mariele, e una simpatia tutta sua. L’esibizione è stata arricchita, come sempre quando la location lo consente, dalla ennesima edizione del documentario inventato dall’irresistibile Francesca Bernardi. “Ennesima” in quanto, perfezionista come Mariele, Francesca continua a rivedere e limare la sua opera, adeguandola alla platea del momento e ai nuovi documenti scoperti: il risultato è uno spettacolo che si rinnova ogni volta.

Il terzo appuntamento, il 4 ottobre, è stato nella biblioteca della Basilica di San Francesco, per una raccolta fondi in favore del restauro del tetto della Basilica stessa. Questa volta si è trattato di un “radioconcerto”, perché le canzoni dei Vecchioni sono state intervallate, e spesso spiegate e introdotte, dalla voce di Mariele. In una parola: bellissimo! Bellissimo per la cornice, una biblioteca storica al fianco di un chiostro che consente una prospettiva unica sulla basilica. Bellissimo perché “I Vecchioni” son proprio bravi: ed era un piacere sentirlo dire -più volte durante il concerto- dal Maestro Stefano Nanni, a fianco del quale avevo l’onore di sedere. Bellissimo perché Maria Antonietta Ventre trova sempre modi nuovi per farci sentire vicina Mariele. Bellissimo per aver potuto chiacchierare con la splendida Liliana Caroli, per la disinvoltura di Giacomo Calzolari sempre più a suo agio nel ruolo di “bravo presentatore”, per la presenza sempre più amichevole di Mario Luzzatto Fegiz e quella commossa e commovente di Mario Cobellini. Applausi meritatissimi quindi per Francesca Bernardi. Applausi sui quali è doveroso fare una riflessione. Penso che “I Vecchioni” siano nati per gioco e per voglia di stare assieme, perché come dicevo prima Mariele è riuscita a fare di loro una famiglia, al di là dello spazio e del tempo. Già questi sono valori di grande importanza che è un piacere vedere testimoniati con tanta naturalezza. Mi sembra però che il progetto di Francesca stia diventando qualcosa di ancora più rilevante. La passione nella ricerca di materiali audiovisivi ormai storici, la capacità di dare loro nuova vita, l’abilità nel ripercorrere vecchi legami creatisi ai tempi del Piccolo Coro di Mariele sta pian piano realizzando un gande affresco che ci mette in contatto con un’Italia che non è più. Ne sta scaturendo insomma un vero e proprio lavoro storico che l’Antoniano, e ancora di più la Città di Bologna, non solo non dovrebbero lasciarsi sfuggire ma, in qualche modo, dovrebbero rendere permanente e fruibile nelle più diverse chiavi di lettura. “I Vecchioni”, così come li sta sviluppando Francesca, sono diventati un vero patrimonio culturale che va ulteriormente conservato e potenziato. Nelle mani di Francesca e con l’aiuto della Fondazione Mariele Ventre,  dell’Antoniano e della Città di Bologna, non c’è alcun dubbio che questo potrà accadere!

Mariele TV
E ora tutti pronti per la grande prima televisiva di stasera.

P.S.: “I ragazzi dello Zecchino d’oro” è davvero bello! Complimenti al regista e a tutti gli attori!

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Cosa scrivo

A “Pugni chiusi” in Parlamento!!

E così, grazie al dinamico duo Ezio Alessio Gensini e Leonardo Santoli mi sono ritrovato addirittura alla Camera dei Deputati! Certo che si era iniziato bene: la presentazione ufficiale dell’opera è stata fatta nel Palazzo del Consiglio Regionale Toscana il 25 giugno 2018.  In una formidabile escalation, però, il 15 novembre 2018 è stata fatta una presentazione addirittura alla Camera dei Deputati!

“Pugni chiusi” è una antologia che, grazie al genio di Ezio Alessio Gensini e Leonardo Santoli ideatori dell’opera, ha il merito indiscutibile di affrontare un fenomeno come il bullismo, così diffuso e multiforme, da diversi punti di vista. Immagini suggestive, saggi di esperti di grande caratura nelle più diverse discipline, poesie, racconti.. Più che un libro è una cassetta degli attrezzi alla quale genitori, insegnanti, ragazzi possono attingere per accrescere la loro consapevolezza sulla materia e farne oggetto di discussione. Il tutto è impreziosito dai dipinti di Leonardo e dalle poesie di Ezio Alessio. Fra gli altri contributi, anche il mio racconto  “Superpotere”.

Grazie quindi alla Regione Toscana che ha edito il libro e lo ha messo a disposizione gratuitamente sul suo sito: perché le cose belle e utili, di gran livello come questa, non hanno prezzo. Il link è:

http://www.consiglio.regione.toscana.it/Eda/default?idc=40&Nome=zoom&Sez=&Tem=&Ann=&Par=&Pub=161.

 

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Moai in Sicilia

Uno spazio minimo – Rosalia Messina

Ci sono libri che vengono letti quasi senza accorgersene, pagina dopo pagina, quasi si venisse cullati dalla corrente di un fiume, senza fare nessun’altra fatica che voltare le pagine, e immergersi nei paesaggi e nelle vicende di volta in volta descritti.
Quando ho aperto “Uno spazio minimo”, di Rosalia Messina, Melville Editore, pensavo di trovarmi davanti a un racconto del tipo “Lessico Familiare” di Natalia Ginzburg. E qui vanno dette due cose: la prima, che ho letto Lessico decine di anni fa ma per me rimane il termine di confronto imprescindibile quando si parla di vicende familiari, la seconda, che conosco di fama Rosalia Messina quindi il paragone non mi sembrava affatto azzardato.
Mi aspettavo di trovare un affresco familiare, dipinto con pennellate sapienti, con mano femminile, dolce e profonda.
Invece ho dovuto metterlo da parte, quel libro, perché già le prime pagine soso state come coltellate. Per carità! È scritto benissimo, con eleganza, è un libro da leggere! Ma per me è stato come guardarmi allo specchio, non uno specchio normale, bensì uno di quelli deformanti dei luna-park. Questo perché mi sono riconosciuto se non nelle vicende di Angelica, la protagonista, di sicuro nei suoi problemi, nel suo essere bambina estraniata dal mondo, nella sua vita complicata soprattutto dalla mancanza di uno spazio minimo di confort, dove sentirsi apprezzati, difesi, dove essere se stessi senza dover ad ogni respiro dar conto della propria esistenza a giudici distratti e incapaci. Grande sintonia, quindi, e rispetto per l’autrice, ma assieme il disagio di dover rivivere sensazioni non gradevoli, per chi come me le condivide, con l’imbarazzo di vederle declinate in modi e situazioni, in una vita, che non è la propria. Ho avuto bisogno di molto tempo per trovare un po’ di coraggio per continuare la lettura, ma una volta ripresa ho finito il libro in un pomeriggio. E mi sono appassionato alle vicende di Angelica, a questa noria o Ananke o destino, in cui è imprigionata per cui le difficoltà di una generazione inevitabilmente si ripercuotono in quella successiva. In questa Sicilia alienata in cui è immersa, di cui si percepisce l’odore ma non impressioni visive, quasi si fosse abbagliati dal sole ogni volta che si scostano le tende per guardare fuori dalla finestra. Con persone che appaiono spesso come Moai, anche quando l’autrice ci permette di conoscerli a fondo, e noi cerchiamo un cuore ma non troviamo che pietra. E tuttavia Angelica cerca la sua strada, dapprima uno spazio in cui estraniarsi della sua famiglia, una perfetta famiglia del dopoguerra, capace di fornire benessere materiale, ma incapace di insegnare la gioia, perché priva di esperienze personali da cui trarla, e di ideali a cui ispirarsi. Poi un primo matrimonio fallito, una seconda unione, la difficoltà di diventare madre, la carriera professionale… E noi camminiamo con lei, verrebbe voglia di prenderla per mano, questa Angelica, e nello stesso tempo di correre via per non fare i conti con la nostra, di vita: benché questo non è un racconto sentimentale, ma profondamente umano, e le cose umane lo sappiamo, possono essere bellissime e dolorosissime assieme.
Pochi giorni fa uno scrittore, Ivano Porpora, mi spiegava come scrivere un libro sia un atto d’amore, un mettere il proprio vissuto a disposizione di sconosciuti per condividere con loro le nostre esperienze e, se va bene, aiutarli. Leggete “Uno spazio minimo”, e siate grati a Rosalia Messina, all’Editore e agli amici che l’hanno sostenuta in questa opera: perché se forse non c’è nessuna biografia almeno un poco romanzata, di sicuro non c’è nessun romanzo almeno in parte autobiografico, e quindi in questo racconto di amore, alla fine, ce n’è tanto. Tanto davvero. E anche gioia. La gioia alla fine di farcela!

 

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Drammatici aperitivi

Drammi quotidiani – Paolo Panzacchi

Io odio Fantozzi. Credo di averne visto un solo film, anni fa, quello con la corazzata Potëmkin, e poi basta. Se facendo zapping metto il tasto su di un film di Paolo Villaggio, cambio subito, e se fossi capace inventerei un Parental Control dedicato. Perché ho sempre trovato la comicità di Paolo Villaggio greve, aggressiva, una sorta di bullismo compiaciuto nei confronti di persone che per destino e per censo, nonché lo riconosco per mancanza di talento, non si sono potute permettere la vita che ha fatto lui. Se poi aggiungiamo che quella classe impiegatizia, così ferocemente sfanculata, godeva di condizioni contrattuali che oggi nei favolosi anni 2000 e passa ce le sognamo… bhe, ridere con Fantozzi mi sembra un atto di autolesionismo.
Così, quando mi son trovato alla presentazione di “Drammi quotidiani”, Pendragon Editore, il divertente e intelligente libro di Paolo Panzacchi, e la grande Marilù Oliva (Alt! Un consiglio da amico, ma di quelli veri: se sapete che Marilù sta presentando un libro, uno dei suoi magnifici o quello di qualche altro collega scrittore, piantate lì tutto quello che state facendo, e andateci: vi godrete un’ora di eleganza, di ragionamenti mai banali da parte di una persona colta e sensibile, di grande empatia e sensibilità e amore critico per la realtà che ci circonda… da Marilù c’è sempre da imparare, e dopo vi sentirete migliori)… quando ero alla presentazione, dicevo, e la bravissima Marilù ha esordito citando Fantozzi, un po’ mi sono sentito male. Ma solo un po’, perché Paolo ha parlato del personaggio protagonista del libro con simpatia e affetto, e Marilù ci ha fatto capire che “Drammi quotidiani” non è solo un libro divertente.
Perché è vero, “Drammi” è la tipica lettura da ombrellone, da fare in spiaggia senza vergognarsi di mettersi a ridere da soli, e anche spesso. Ma è anche un affresco, divertito e ironico, ma non caricaturale, della vita di una giovane coppia, assolutamente moderna nei suoi equilibri interni e nel suo dialogare con il mondo. Mondo che in prospettiva è occupato per una gran parte dalla figlia dei due, Elena. Se desiderate un libro divertente, “Drammi quotidiani” lo è. Un divertimento leggero, mai cattivo, a volte insistito ma dovete immaginarvelo, il Panzacchi, non mentre scrive ma mentre è ad un aperitivo e infila una battuta dietro l’altra per divertire gli amici. Il fatto è che Panzacchi oltre che simpatico è una bella persona e anche un gran lettore per cui, alla fine, superati i colpi di scena e la parte del libro che è un po’ meno divertente ma sostiene tutto il resto, ci si rende conto di aver affrontato in modo non banale argomenti impegnativi, che compongono quella scena, reale, dove noi lettori veri ci muoviamo, e Fantozzi non trova posto.

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