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Moai in Sicilia

Uno spazio minimo – Rosalia Messina

Ci sono libri che vengono letti quasi senza accorgersene, pagina dopo pagina, quasi si venisse cullati dalla corrente di un fiume, senza fare nessun’altra fatica che voltare le pagine, e immergersi nei paesaggi e nelle vicende di volta in volta descritti.
Quando ho aperto “Uno spazio minimo”, di Rosalia Messina, Melville Editore, pensavo di trovarmi davanti a un racconto del tipo “Lessico Familiare” di Natalia Ginzburg. E qui vanno dette due cose: la prima, che ho letto Lessico decine di anni fa ma per me rimane il termine di confronto imprescindibile quando si parla di vicende familiari, la seconda, che conosco di fama Rosalia Messina quindi il paragone non mi sembrava affatto azzardato.
Mi aspettavo di trovare un affresco familiare, dipinto con pennellate sapienti, con mano femminile, dolce e profonda.
Invece ho dovuto metterlo da parte, quel libro, perché già le prime pagine soso state come coltellate. Per carità! È scritto benissimo, con eleganza, è un libro da leggere! Ma per me è stato come guardarmi allo specchio, non uno specchio normale, bensì uno di quelli deformanti dei luna-park. Questo perché mi sono riconosciuto se non nelle vicende di Angelica, la protagonista, di sicuro nei suoi problemi, nel suo essere bambina estraniata dal mondo, nella sua vita complicata soprattutto dalla mancanza di uno spazio minimo di confort, dove sentirsi apprezzati, difesi, dove essere se stessi senza dover ad ogni respiro dar conto della propria esistenza a giudici distratti e incapaci. Grande sintonia, quindi, e rispetto per l’autrice, ma assieme il disagio di dover rivivere sensazioni non gradevoli, per chi come me le condivide, con l’imbarazzo di vederle declinate in modi e situazioni, in una vita, che non è la propria. Ho avuto bisogno di molto tempo per trovare un po’ di coraggio per continuare la lettura, ma una volta ripresa ho finito il libro in un pomeriggio. E mi sono appassionato alle vicende di Angelica, a questa noria o Ananke o destino, in cui è imprigionata per cui le difficoltà di una generazione inevitabilmente si ripercuotono in quella successiva. In questa Sicilia alienata in cui è immersa, di cui si percepisce l’odore ma non impressioni visive, quasi si fosse abbagliati dal sole ogni volta che si scostano le tende per guardare fuori dalla finestra. Con persone che appaiono spesso come Moai, anche quando l’autrice ci permette di conoscerli a fondo, e noi cerchiamo un cuore ma non troviamo che pietra. E tuttavia Angelica cerca la sua strada, dapprima uno spazio in cui estraniarsi della sua famiglia, una perfetta famiglia del dopoguerra, capace di fornire benessere materiale, ma incapace di insegnare la gioia, perché priva di esperienze personali da cui trarla, e di ideali a cui ispirarsi. Poi un primo matrimonio fallito, una seconda unione, la difficoltà di diventare madre, la carriera professionale… E noi camminiamo con lei, verrebbe voglia di prenderla per mano, questa Angelica, e nello stesso tempo di correre via per non fare i conti con la nostra, di vita: benché questo non è un racconto sentimentale, ma profondamente umano, e le cose umane lo sappiamo, possono essere bellissime e dolorosissime assieme.
Pochi giorni fa uno scrittore, Ivano Porpora, mi spiegava come scrivere un libro sia un atto d’amore, un mettere il proprio vissuto a disposizione di sconosciuti per condividere con loro le nostre esperienze e, se va bene, aiutarli. Leggete “Uno spazio minimo”, e siate grati a Rosalia Messina, all’Editore e agli amici che l’hanno sostenuta in questa opera: perché se forse non c’è nessuna biografia almeno un poco romanzata, di sicuro non c’è nessun romanzo almeno in parte autobiografico, e quindi in questo racconto di amore, alla fine, ce n’è tanto. Tanto davvero. E anche gioia. La gioia alla fine di farcela!

 

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Drammatici aperitivi

Drammi quotidiani – Paolo Panzacchi

Io odio Fantozzi. Credo di averne visto un solo film, anni fa, quello con la corazzata Potëmkin, e poi basta. Se facendo zapping metto il tasto su di un film di Paolo Villaggio, cambio subito, e se fossi capace inventerei un Parental Control dedicato. Perché ho sempre trovato la comicità di Paolo Villaggio greve, aggressiva, una sorta di bullismo compiaciuto nei confronti di persone che per destino e per censo, nonché lo riconosco per mancanza di talento, non si sono potute permettere la vita che ha fatto lui. Se poi aggiungiamo che quella classe impiegatizia, così ferocemente sfanculata, godeva di condizioni contrattuali che oggi nei favolosi anni 2000 e passa ce le sognamo… bhe, ridere con Fantozzi mi sembra un atto di autolesionismo.
Così, quando mi son trovato alla presentazione di “Drammi quotidiani”, Pendragon Editore, il divertente e intelligente libro di Paolo Panzacchi, e la grande Marilù Oliva (Alt! Un consiglio da amico, ma di quelli veri: se sapete che Marilù sta presentando un libro, uno dei suoi magnifici o quello di qualche altro collega scrittore, piantate lì tutto quello che state facendo, e andateci: vi godrete un’ora di eleganza, di ragionamenti mai banali da parte di una persona colta e sensibile, di grande empatia e sensibilità e amore critico per la realtà che ci circonda… da Marilù c’è sempre da imparare, e dopo vi sentirete migliori)… quando ero alla presentazione, dicevo, e la bravissima Marilù ha esordito citando Fantozzi, un po’ mi sono sentito male. Ma solo un po’, perché Paolo ha parlato del personaggio protagonista del libro con simpatia e affetto, e Marilù ci ha fatto capire che “Drammi quotidiani” non è solo un libro divertente.
Perché è vero, “Drammi” è la tipica lettura da ombrellone, da fare in spiaggia senza vergognarsi di mettersi a ridere da soli, e anche spesso. Ma è anche un affresco, divertito e ironico, ma non caricaturale, della vita di una giovane coppia, assolutamente moderna nei suoi equilibri interni e nel suo dialogare con il mondo. Mondo che in prospettiva è occupato per una gran parte dalla figlia dei due, Elena. Se desiderate un libro divertente, “Drammi quotidiani” lo è. Un divertimento leggero, mai cattivo, a volte insistito ma dovete immaginarvelo, il Panzacchi, non mentre scrive ma mentre è ad un aperitivo e infila una battuta dietro l’altra per divertire gli amici. Il fatto è che Panzacchi oltre che simpatico è una bella persona e anche un gran lettore per cui, alla fine, superati i colpi di scena e la parte del libro che è un po’ meno divertente ma sostiene tutto il resto, ci si rende conto di aver affrontato in modo non banale argomenti impegnativi, che compongono quella scena, reale, dove noi lettori veri ci muoviamo, e Fantozzi non trova posto.

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Taranteja KRO

Narrativa – L’ULTIMO RE DI DELFI – Gianluca Facente

Ci sono racconti indimenticabili per la trama, altri per il modo in cui sono tratteggiati i personaggi, altri per gli ambienti o i periodi storici descritti, altri ancora, infine, per la passione che l’autore riesce a infondere nelle sue pagine. Se poi queste caratteristiche sono tutte presenti, mixate, e ci si aggiunge anche una buona dose di scanzonata ironia, allora quello che ci aspetta è una ottima lettura e ore di svago. Svago di quello buono, s’intende, dove divertendoci impariamo qualcosa. “L’ultimo Re di Delfi”, del crotonese Gianluca Facente, è uno di quei diamanti grezzi nei quali ci si imbatte per caso, e se ne è felici, perché presenta tutte queste qualità.
Quello che ci conquista in questo racconto onirico, nel quale il protagonista perde coscienza per trovarsi catapultato in una vicenda fantastica che ha per teatro la città di Crotone, e per fine il desiderio di riscatto dichiarato fin dalle prime pagine, è la ricchezza di riferimenti culturali, mitologici, storici, che ci rapisce in una danza arcana. È una taranteja, questo libro, una tarantella calabrese, che non ha nulla a che vedere con gli attarantolati: qui la “rota” disegnata dai danzatori è la danza di una comunità e di un territorio. È una taranteja i cui danzatori sono maschi, Ciano ed Ificle, e danzano per conquistare lo spazio e il tempo, all’interno della chora di Crotone, per ritrovare la memoria e per trarre da questa la forza per rigenerare la grandezza della città. È una taranteja di formazione, perché il protagonista via via acquista consapevolezze che gli consentiranno di superare la prova finale.
Non a caso il libro è dedicato al padre dell’autore, e nel testo c’è molto di paterno, nel senso di trasmissione dell’identità fra le generazioni, e di volontà di costruirsi la via per un futuro migliore. Un’ultima nota. Nel suo viaggio fantastico, fra una avventura e l’altra, di tanto in tanto l’autore cita canzoni in inglese, che risultano essere il legame più evidente con la realtà…vera. Questo è, se vogliamo, la prova più tangibile che l’autore ha voluto presentarci dello stato di smarrimento di identità in cui si trova Crotone e, con lei, l’Italia intera. Facente sta lottando per migliorare questo stato di cose, con forza ed entusiasmo, da comunicatore ed uomo di cultura qual è. Una cosa è certa: non rimarrà solo.

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Farfalle

Narrativa – LA LIBRAIA di Fulvia degl’Innocenti. Ed. San Paolo

In fondo siamo tutti farfalle. Non importa se passiamo la vita fra mille affanni, impegnati in azioni ripetitive e noiose. Non importa se come bruchi teniamo sempre la testa bassa, e ci ingozziamo con la nostra foglia, che può assumere infinte forme, ma sempre e solo una foglia è. Siamo tutti farfalle, ognuna diversa delle altre: bellissime, uniche e irripetibili farfalle. Il problema semmai è che nella nostra vita bulimica finiamo per dimenticare che da qualche parte le ali le abbiamo, e così non le usiamo. Solo se siamo davvero fortunati incontriamo sulla nostra strada qualcosa che ce le fa ricordare.
Chi ha l’occasione di leggere La Libraia, di Fulvia degl’Innocenti, ed. San Paolo, è sicuramente fortunato. Perché è un bel libro. Perché è scritto bene. Perché la trama è interessante. Perché è capace di riempire di echi le nostre anime, di suggerire con straordinaria naturalezza valori profondi, e lo fa dimostrando ad ogni riga un rispetto per il lettore raro al giorno d’oggi. Un rispetto, una delicatezza ancora più preziosi perché il pubblico a cui si indirizza libro è quello dei ragazzi, anche se la lettura è piacevolissima e consigliata anche e soprattutto agli adulti.
Il libro si divide in quattro parti. Il primo capitolo è assolutamente magico, per chi ama la lettura, ma affascinante per chiunque preferisca essere “una marionetta con l’anima” e non un Pinocchio dai “colori troppo vivi e gli occhi sgranati”. Seguono una prima serie di capitoli (le “scene”) dedicata all’adolescenza di Lia, ragazzina problematica. E abbiamo come protagonista una giovane che sì, è vero, è il prototipo della “vittima della società” (una madre sbandata e incapace, un padre estraneo e opportunista, una vita in comunità inadeguate…) ma finalmente fuori di ogni buonismo è descritta per quello che è: davvero antipatica. Seguono le “scene” in cui la ragazzina viene affidata alla Libraia, diventando apprendista in una piccola e affascinante libreria. Questa è l’occasione per tratteggiare un secondo personaggio originale, quello appunto della Libraia, che nasconde un passato insospettabile. Il rapporto fra le due donne, e con la libreria, occupa così la terza parte dell’opera, fino all’ultimo capitolo, dove la trama si risolve. La quarta parte del libro, quella nella quale Lia dispiega le sue ali, Flavia Degl’Innocenti non l’ha scritta, ma tale è il coinvolgimento che ha saputo creare nel lettore che, credetemi, ciascuno continuerà in modo personale il racconto immaginando per Lia nuove avventure e una vita nuova.
Due parole infine per ringraziare, assieme all’Autrice, i Librai capaci come Dedalo di fornire la ali a noi lettori distratti.

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Sull’elefante con il prof. Pico Pane

Narrativa – L’ULTIMO ELEFANTE di Pino Pace. Ed. Giunti Junior

Ok, devo rimettermi pesantemente a dieta. Questa consapevolezza, raggiunta la settimana prima di Natale, nel pieno di un tour di cene aziendali, non può che avere un carattere tragicomico. Ma, credetemi, non è un problema a poco e così, per consolarmi e nello stesso tempo per rafforzare il mio intento, decido di affidarmi alla lettura. Alla lettura sì, ma di cosa? Attratto dal contenuto storico, e dal titolo che è un ottimo memento per la mia dieta, prendo “L’ultimo elefante” di Pino Pace e, con un sospiro, inizio a leggere. Ovviamente non è un libro in cui si parla di diete, anche se a dir la verità il protagonista Mes, un ragazzo di 12 o forse 13 anni, di fame ne patisce parecchia quando, rapito dal suo villaggio in Gallia, viene obbligato a seguire l’esercito di Annibale in marcia verso Roma e diventa mahaba, conduttore d’elefanti. E qui cominciano i problemi. Eh sì perché Pino Pace, mannaggia a lui, ha scritto un gran bel libro. Conoscevo Pino Pace per le mirabolanti avventure del professor Pico Pane a caccia di stranissime bestiacce sulla terra e nello spazio, e l’ho ammirato (forse sarebbe più sincero dire “l’ho invidiato” ma, suvvia, sotto Natale s’ha da fare i buoni…) per i suoi bellissimi haiku (no, dico, questo qui: “cade dal cielo/il pupazzo di neve/fiocco a fiocco” non è geniale?). Ma “L’ultimo elefante” mi è piaciuto un sacco, e l’ho divorato: i libri come questo sono buoni, non contengono zuccheri né proteine, sono un ricostituente per la mente e aumentano la massa muscolare del cuore. L’aspetto storico nel libro è sicuramente presente e ben sviluppato (offerto con discrezione, tanto da invogliare approfondimenti e facilitare l’innamoramento per la materia), così come lo svolgimento della vicenda che ne fa un ottimo romanzo di formazione. Però ciò che rende questo lavoro davvero di grande valore sono altri due aspetti: parla di guerra con sensibilità ma senza retorica, il che al giorno d’oggi è segno di grande intelligenza e libertà intellettuale, e racconta una storia tutta al maschile facendolo in modo ruvido, sobrio, spartano, tanto che a tratti mi venivano in mente i Commentarii di Cesare. L’io narrante è quello del protagonista, reso magistralmente nel modo di affrontare da adolescente -tempeste ormonali comprese- una situazione così difficile: il godibilissimo aspetto avventuroso/muscolare è comunque equilibrato da suggestioni profonde, in un mix molto gradevole. Fra i personaggi complementari una citazione di simpatia va a Sileno, intellettuale eccentrico in ambiente militaresco. E il confronto fra Cartaginesi e Romani? La grandezza concreta della civiltà romana viene rappresentata da una villa e i suoi bellissimi affreschi, e la maestà iconica di Annibale è descritta, più che Annibale medesimo, dal suo cane infernale Rojo.
Insomma, “L’ultimo elefante “ è il libro equilibrato e intelligente, da maschi, che avrei voluto leggere quando ero un ragazzino di 12 o forse 13 anni, ma va benissimo anche quando si ha un’età che è un multiplo di quelle!

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Cosa succede

E’ tanto facile…

Una “turpe” storia di amori infantili

Ieri 16 dicembre è stato l’anniversario della scomparsa dell’indimenticabile Mariele Ventre e come ogni anno l’Antoniano si è ritrovato nella Basilica di Sant’Antonio da Padova in Bologna per ricordarla. Tempo fa avevo scritto per la mia amica Francesca Bernardi il raccontino che segue e lei, che è persona piena di talenti, mi ha fatto l’onore di accoglierlo nella sua preziosa raccolta di Testimonianze Musicali, che trovate qui http://www.testimonianzemusicali.com. Ieri, però, quando ci siamo incontrati all’Antoniano, Francesca mi ha fatto il regalo che vedete in foto, e mi ha commosso. Perché? Se volete. potete scoprirlo  leggendo il racconto che segue.

Cosa ricordo del 1969? Non tanto, a dir la verità, e molti di quei ricordi riguardano la TV. Eh sì, perché appartengo a quella generazione per la quale la vita si distingue fra un prima e un dopo: prima e dopo che la TV entrasse in casa. Noi a dire la verità fummo gli ultimi, fra parenti e amici dei miei genitori, ad acquistare l’apparecchio, cosa che mia madre ha rinfacciato a mio padre per circa un cinquantennio. Così, una volta presa la decisione, fu giocoforza procurarsi l’ordigno più moderno disponibile sul mercato: da ultimi a possedere la televisione, diventammo i primi a possedere un televisore con il telecomando. Un telecomando, beninteso, non come quelli attuali, sottili, pieni di tasti colorati, silenziosi. Si trattava di uno scatolotto grande e spesso all’incirca come un paio di mazzi di carte, con un unico tasto, di dimensioni imbarazzanti, che premuto produceva il rumore metallico di una frustata sul cofano di una utilitaria. L’effetto, prodigioso, era quello di far cambiare canale al televisore: dal primo al secondo, dal secondo al primo. Allora, infatti, c’erano solo due canali RAI, e tale era l’elegante cortesia vigente fra le due reti, che quando su di un canale iniziava un nuovo programma, sull’altro in basso a destra dello schermo appariva un triangolino bianco. Così persino io, un bambinetto di 5-6 anni, senza alzarmi dalla sedia potevo scatenare il rumore metallico, far decollare i passerotti dal balcone, e cambiare canale per vedere cosa stesse cominciando.
Dicevo del clima elegante e misurato che caratterizzava le trasmissioni RAI dell’epoca. Nessuna parolaccia, abiti lussuosi, cortesi annunciatrici che ti spiegavano il palinsesto… era questo lo spettacolo offerto a me e ai miei genitori, che davanti allo schermo stavamo sul divano, io al centro e loro ai lati, perché i Simpson non hanno inventato nulla. Eppure erano già gli anni della contestazione, e Paolo Villaggio interpretava Professor Kranz, che maltrattava il pubblico. Noi guardavamo un po’ perplessi quelle esibizioni, pensando in cuor nostro che non fosse il caso di trattare così la gente, e che sarebbe stato preferibile uno stile più cortese e formale perché in fin dei conti eravamo pur sempre un pubblico pagante. Poi ci guardavamo con la coda dell’occhio e, per sembrare moderni, si diceva in coro: “Però, che forte, eh!”.
Fra le grandi novità della TV c’era lo Zecchino d’Oro. Canzoni per bambini cantate da bambini: una vera rivoluzione, in quell’epoca dove l’infanzia era una parentesi da chiudere in fretta, alla quale dedicare ben poca attenzione se non per ribadire l’imperativo “Crescete al più presto!”. Così, davvero rivoluzionaria doveva apparire agli adulti l’attenzione costante riservata ai più giovani nel palinsesto RAI. C’era la TV dei Ragazzi, una fascia oraria dedicata dalle 17 alle 18 dei giorni feriali, con programmi pensati e realizzati ad hoc. Ricordo una trasmissione dove le voci fuori campo di un papà e di un bambino commentavano le immagini che illustravano la vita degli animali… ma non quelli del Serengeti, bensì rane, lucertole, mosche… tutti gli esserini che potevamo incontrare uscendo di casa, ed era un modo molto efficace per imparare ad osservare quello che ci circondava. C’erano le avventure narrate con pupazzi di gommapiuma di Maria Perego, c’erano “contenitori” dove si insegnavano ai più giovani piccoli lavoretti da ripetere a casa “con l’aiuto di mamma e papà”… incredibile, vero? Al giorno d’oggi, che la rivoluzione è una cosa bell’e che fatta, e che sia ha tanta attenzione per i più deboli, non c’è nulla di simile, solo spot pubblicitari intervallati da cartoni animati d’importazione o varietà imperniati su bambini robotizzati. Nel sistema educativo dispiegato dalla RAI a due canali, invece, i piccoli avevano spazi a loro dedicati anche all’interno dei Varietà di intrattenimento per gli adulti, così che le diverse generazioni potessero riunirsi in armonia davanti all’unico apparecchio televisivo disponibile in casa.
Mi ricordo che le domeniche pomeriggio del ’69-’70 la mia famiglia mononucleare guardava “La domenica è un’altra cosa” presentata da Pisu, con Ric e Gian, altri comici e subrette dell’epoca, e il pupazzo Provolino. C’era anche la sigla finale, cantata dal Piccolo Coro dell’Antoniano, fondato da Mariele Ventre nel 1963, anch’esso rivoluzionario per l’epoca, ma di quelle rivoluzioni attente alle persone e ai più piccoli. A me di quella trasmissione importava un’unica cosa: la sigla finale, appunto, “E’ tanto facile”. Perché guardandola ebbi il mio primo colpo di fulmine.
Nella sigla i piccoli coristi invadevano lo studio della trasmissione pieno di palloncini. La cosa era perfettamente in linea con il testo della canzone, che parla appunto di palloni gonfiati, di fronte alla boria dei quali ci si può solo comportare così:
“È tanto facile, non è difficile:
prendilo come ti capita,
gonfialo e dopo pungilo
e lui fa BUM!”
Però… però rivediamo la scena con gli occhi di un bambino di cinque anni di quasi cinquant’anni fa. A quell’epoca uno degli status symbol più ambiti erano i palloncini. Sì, quelli che si vendevano ai giardini Margherita, colorati (monocromatici, ma di diversi colori), pieni di elio, volanti. Quelli per evitare i quali i papà al parco inventavano percorsi labirintici, ma poi ce li compravano, noi li facevamo scappare quasi subito, per cui bisognava comprarne un secondo che ci veniva legato al polso. E, mentre i nostri austeri padri si chiedevano se per caso avessero fatto dei bimbi scemi, noi si traevano grandi lezioni di vita da tutto ciò, indecisi se godere del piacere breve e intenso di guardare il palloncino sparire in alto nel cielo, o pregustare l’emozione misurata di tenere con sé il gioco avendone un controllo assoluto nel parco, portandolo a casa nella speranza che gli amichetti del cortile potessero vederlo, e quindi lasciandolo libero contro il soffitto della cameretta, felici per esserci finalmente affrancati dalla cordicella che ce l’assicurava al polso. Insomma, in un contesto del genere è evidente come quello studio pieno di palloncini dovesse apparire ai miei occhi come una esibizione di lusso sibaritico. E il fatto che i bambini dell’antoniano, ben vestiti e allegri, potessero giocare con quei palloni, lanciarli, farli scoppiare, prenderli a calci, senza che quelli volassero via, rendeva loro, già divi, piccoli dei.
Infatti non a caso la prima solista ad interpretare la canzone era Cristina d’Avena. Bellissima, con i codini, sorridente, lo sguardo birichino, camminava indisturbata in quella confusione, come Beatrice per la via, cantando benissimo. Ma, appena la telecamera si distraeva per inquadrare i piccoli coristi scorrazzare per lo studio, eccola: appariva lei. Nella confusione stava ferma, le mani dietro la schiena, già pronta ad interpretare la sua parte, ieratica. Poi eccola di nuovo, dare un calcetto a un pallone (ma con che grazia, eh!), spingere (ma con cortesia, eh!) una sua amica perché non rovinasse l’inquadratura infine, con un gesto autorevole come quello dell’Apollo di Olimpia, indicare a un’altra bambina la posizione da assumere. Finalmente, come una femmina adulta, si metteva a posto i capelli. Ce n’era più che abbastanza per attirare la mia attenzione. Il secondo brano solista era appannaggio di un ragazzino che non mi suscitava particolari emozioni, se non una leggera invidia per ruolo, vestiti e situazione: poteva andare bene per giocarci a nascondino, ecco, con lui che si nascondeva. Lei era lì, sullo sfondo, e guardava l’amichetto con uno sguardo attento ed esperto simile a quello di Mariele quando dirigeva i suoi bambini. Ma il terzo brano solista… ecco, alle parole “C’è sempre uno che vuole comandare” mi sembrava di volare, anzi di lanciarmi senza paracadute da una nuvola. A cantare era proprio lei. Elegante con la sua gonnellina, la camicetta bianca e il pullover, la pettinatura alla maschietta, forse non bella come Cristina d’Avena ma quel che si dice un “tipo”: comunque io la trovavo bellissima perché somigliava un po’ a Rita Pavone e un po’ a mia nonna. Pativo per lei quando un pallone l’urtava durante l’interpretazione, e avrei voluto volare nello studio brandendo un ago gigante per difenderla da simili offese. Ma lei, superiore alle ingiurie della vita, continuava a cantare come se nulla fosse, e quando guardando fuori camera intonava “però, però, però…” era più fatale di Mina in “Parole, parole, parole”. Io ne venivo totalmente conquistato: cosa succedesse dopo nella sigla non ve lo saprei dire, perché giacevo lì, sul divano, inerme fra i miei genitori ignari, con il cuore fermo e il cervello spappolato, travolto dalla forza dell’amore.
Questa estasi si ripeteva ogni domenica. Almeno finché non mi venne in mente che, in realtà, io ero un uomo già impegnato. Sì, perché avevo già una fidanzatina, e ufficiale per giunta. No, non parlo di Roberta, che all’asilo con i capelli a caschetto e la sua abilità nel giocare a palla avvelenata aveva fatto palpitare il mio cuore per qualche settimana. Parlo di lei, la trecciuta Daniela. Era successo che mia madre aveva fatto amicizia con la moglie del nostro medico di famiglia, che loro avevano una figlia, più grande di me di un anno, e che spesso passassimo pomeriggi tutti assieme, e organizzassimo piccole gite.
Daniela mi sopravanzava in tutto: in età, come ho detto, ma anche nella capacità di imporre la sua volontà ai genitori, e nella conoscenza del mondo. Lei, donna vissuta, era sempre informata su quale fosse il cantante più in voga, su quale fosse l’ultima moda nei vestiti per la Barbie, su cosa facessero i VIP. A tutto questo io potevo opporre solo la frequente lettura dei fumetti di Topolino: lei accoglieva con indulgenza le mie citazioni poi mi diceva di portare il suo cane di peluche a fare pipì in corridoio. In poche parole, ero il suo toy boy.
Fu così che, assieme al primo colpo di fulmine, sperimentai anche l’umiliante batticuore che si accompagna agli amori clandestini. Cosa sarebbe successo se la trecciuta avesse saputo della mia travolgente passione? Ma, ancora più grave, come avrei potuto coronare il mio amore e conoscere di persona quella sirena che, pur cantando “E’ così facile, non è difficile”, restava sideralmente irraggiungibile?
Un ulteriore tormento per la mia voluttà fu scoprire che la sigla era stata ospitata in un 45 giri che in copertina aveva un simpatico disegno con bambini dai capelli arancioni (il mio colore preferito del momento) e, incredibile a dirsi, una foto in bianco e nero che ritraeva proprio lei, la bellissima. Questo tributo al suo carisma da parte del fotografo, del grafico che aveva disegnato la copertina, della casa produttrice dei dischi, dei frati dell’Antoniano, di Mariele e del Destino non poteva che confermarmi nella mia passione. Così portai come per caso mia nonna, quella che le somigliava, davanti alla vetrina di un negozio di dischi in piazza Mikiewicz, che dopo poco divenne un negozio di caramelle e ora, appropriatosi di un insospettabile retrobottega, è una banca. Lì, in vetrina, c’era il 45 giri dei miei desideri: alla fine la nonna me lo comprò.
La foto della mia amata divenne oggetto quotidiano di venerazione, e mi sforzavo di riprodurre il disegno dei bambini che si trovava sul disco per poterle offrire in omaggio, quando l’avessi incontrata, quella mia opera assieme a un fascio di rose.
Però quando incontravo la trecciuta, la mia coscienza non mi dava pace. Così un giorno pensai che fosse giunto il momento di parlargliene, di questa cosa che mi era successa, e attendere gli eventi. Presi la faccenda alla larga: mentre eravamo in camera mia a giocare le mostrai la copertina e infilai il vinile nel mangiadischi arancione. Lei ascoltò la canzone senza manifestare alcuna emozione, e alla mia richiesta di fare il bis rispose che no, non era il caso, era meglio ascoltare un disco di Renato Rascel, che aveva visto nella pila di quelli dello Zecchino, perché le sembrava intellettualmente più stimolante. Come un automa, non sapendo che pensare, presi “E’ tanto facile…”, lo rimisi nella copertina, poi davanti ai primi segni di impazienza della trecciuta appoggiai il disco sulla poltrona e mi precipitai a inserire Rascel nel mangianastri. La trecciuta, assunta l’aria annoiata e vacua tipica degli intellettuali anni ‘70, con una piroetta piombò a sedere sulla poltrona. Schiacciando irrimediabilmente il disco e il mio amore.
Non so come ressi al dolore, forse solo per via della giovane età e delle condizioni fisiche eccellenti. Per dovere d’ospitalità evitai di far pesare alla trecciuta lo scempio che aveva appena commesso del disco e della mia vita, ma ricordo ancora quel pomeriggio come uno dei più tristi di sempre. Così, mentre lei ascoltava Rascel, io pensavo che quanto era successo rappresentava un lampante caso di punizione divina per il mio amore irregolare, che bisognasse imparare la lezione una volta per tutte, e pertanto giurai solennemente a me stesso di rinunciare per sempre alla fatale cantante.
La copertina con la foto della bellissima, però, rimaneva lì a tentarmi. Di più, non sopportavo di non poter ascoltare a comando la sua angelica voce, attività assolutamente necessaria per allenarmi ad esserle indifferente e confermarmi nel proposito di dimenticarla.
Così portai di nuovo mia nonna in piazza Mikiewicz e, dopo averle raccontato i fatti (non certo i miei sentimenti), presi ad insistere per avere una seconda copia del disco. Benché fosse restia a soddisfare ancora il mio desiderio di possedere il vinile già acquistato di una canzone che potevo riascoltare gratis ogni domenica, alla fine mia nonna cedette.
Eppure, questo secondo disco era diverso. La copertina, prima di tutto. Era sempre ritratta lei, la bellissima, ma i bambini del disegno avevano ora i capelli gialli, non più del bell’arancione della versione precedente. Anche la qualità del suono mi sembrava minore.
Ma, poiché “Giove dall’alto sorride degli spergiuri degli amanti”, già i miei sentimenti si stavano orientando verso la ricciolina Graziella, la compagna di banco che mi rimetteva in ordine l’astuccio. E mi confortava non poco sapere che, se la trecciuta le si fosse seduta sopra, la ricciolina avrebbe saputo difendersi.
Riccardo Medici
Maggio 2017

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Cosa leggo

La nemesi del secondo

Narrativa – L’INGANNO DELL’IPPOCASTANO di Mariano Sabatini. Ed. Salani

Lo ammetto, sono uno snob. E forse per questo, quando un romanzo ha successo, anche se l’ho letto, non ne parlo subito, ma dopo, quando cioè il romanzo ha raggiunto eccellenti livelli di vendite e magari vinto premi prestigiosi come il Flaiano e il Romiti. Quando cioè molti l’hanno letto, in tanti ne hanno parlato, e io posso scriverne liberamente, perché ormai faccio poco danno.
Ma la decisione non è mai gratuita, nel senso che il romanzo suddetto, per deciderne di scriverne appunto, deve avermi colpito. Sennò, dove sta il divertimento? A volte basta poco, una immagine, una suggestione, quello che io chiamo “un profumo”. E scatta l’amore. Amore altrimenti onanistico, se non se ne fa una recensione, a questo punto dovuta.
E’ il caso de “L’inganno dell’ippocastano”, di Mariano Sabatini, ed. Salani, che mi ha colpito per un aggettivo. Avete presente i gabbiani, no? Simbolo di libertà e indipendenza, tutti inevitabilmente maschi, con nomi inglesi cool tipo Jonathan o Livingston o tutt’e due assieme, voce britannicamente cacofonica, imbiancati, penne e arie, visione idilliaca da Gente o meglio Grand’Hotel. Bhé, visti da vicino fanno paura, i gabbiani, sono degli uccellacci sgraziati, lanciano versi raccapriccianti, hanno il becco adunco e occhi da squalo. Perciò, leggere: “i gabbiani planavano sul Tevere, di tanto in tanto lanciando gemiti maligni e tuffandosi in acqua, dopo essere rimasti quasi in sospensione sfruttando la brezza” mi ha conquistato. Leggere quel “maligni” è stato come darmi un cinque con l’autore, e ho pensato che sì, Mariano Sabatini è un ottimo scrittore, e “L’inganno” un buon libro da leggere. Soldi ben spesi, urrà! Impressione peraltro confermata proseguendo nella lettura: un buon libro, che sa calare la realtà nella pagina stampata con efficacia, assicurando al lettore appassionato di storie gialle ore piacevoli.
Anche se la fine è nota, non è bello anticiparla, e la quarta di copertina sta lì apposta per chi vuole sapere qualcosa della storia narrata: ad essa vi rimando, e approfittiamo di questo tempo in compagnia per annusarlo assieme, questo Inganno.
C’è anzitutto un odore di garum, non sempre gradevole ma c’è a chi piace, che è quello di Roma Imperiale. Roma sempre presente nel racconto, quasi un personaggio a sé. Roma imperiale nell’accezione di decadente, disillusa, stanca. Terribilmente attuale, purtroppo.
C’è anche la fragranza di un altro romanzo, amatissimo, “La donna della domenica”: per il taglio introspettivo, per alcuni tratti dei personaggi, per il legame così forte della narrazione con città invero così diverse (Torino e Roma) ma ora in questo tempo tanto assimilabili, per quel non so che di sessualmente morboso, là forse un po’ meno e qui un po’ più evidente, che si rispecchia nel cinismo di certe vicende e nel degrado di certe scene.
C’è infine odore asprigno di “giallo”, perché Sabatini -sappiatelo!- conosce e domina tutte le regole del genere, e lo si tocca con mano.
Acquisito quanto sopra, che non è poco, ci si chiederà ora In cosa si distingue “L’inganno dell’ippocastano”. Forse nella figura di Malinverno, il giornalista protagonista, così maschio nel bene e nel male da risultare originale nel panorama degli investigatori moderni? Nella capacità di movimentare con cambi di scena un modo di narrare introspettivo, che quindi potrebbe alla lunga risultare un po’statico?
Per me “L’inganno” si distingue fra gli altri romanzi del genere, e acquista valore attuale, non tanto per ciò che è, ma per ciò che sarà. Come si svilupperà la diade Malinverno-Guerci, così funzionale alla narrazione, e tanto naturale in un gioco di specchi fra i due personaggi di carta e la personalità dell’Autore? I riferimenti all’attualità, così meravigliosamente profetici nell’Inganno, resteranno una nota tipica nel nuovo romanzo di Sabatini? E, se sì, come si evolverà questo rapporto con il reale? In una astrazione realistica, come ci si aspetta dalla vera letteratura, o in un manierismo di per sé molto efficace. ma destinato a rimanere confinato nel perimetro di un ombrellone durante una lettura estiva?
Lo scopriremo solo leggendo l’imminente “Primo venne Caino”, in uscita il 25 gennaio 2018: nell’attesa, chi non l’avesse ancora fatto ha giusto il tempo per procurarsi “L’inganno dell’ippocastano”, magari approfittando dell’uscita per le edizioni Tea tascabile.

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