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Stelle cadenti

Narrativa – UN’IMPROVVISA COSA FELICE di Silvia Greco. Ed. Hacca

Intrigante. Che cos’è la letteratura? No, non lo so, son troppo ignorante per dare una risposta valida a questa domanda. Posso dire però che, ad occhio e croce, un libro , per essere un buon libro, dovrebbe avere elementi drammatici, altri comici, un pizzico di giallo, una pennellata rosa e, soprattutto, rappresentare in modo fedele l’epoca descritta. Poi sì, anche avere un buon titolo e una bella copertina aiuta.
“Un’improvvisa cosa felice” di Silvia Greco (Hacca edizioni 2017) ha sicuramente un bel titolo ma, lo ammetto, prima di tutto, mesi fa, mi colpì la copertina. Trovo il cavallo a dondolo, con le rotelle, di una simpatia irresistibile. Così non si contano le volte in cui entrando in libreria ho preso in mano il volume per cercare di capire di cosa si trattasse. Perché se la copertina ritrae un giocattolo, il titolo poetico non ha nulla di infantile anzi è un po’ ermetico, mentre la sinossi parla di persone e vite che si spezzano, di rese al dolore… ohibò! Così ogni volta ho rinunciato all’acquisto.
Alla fine, però, mi sono ritrovato nella splendida cornice della Mondadori di Via D’Azeglio, Bologna, alla presentazione di “Un’improvvisa cosa felice”. Un bel po’ prevenuto, aggiungo. Mi aspettavo non so perché una di quelle chiacchierate dottissime, dove ti senti davvero schiacciato dalla esibizione di cultura dell’Autore e del Relatore, e rimpiangi di non aver scelto come hobby la pesca della balena bianca.
Temevo poi che si sarebbe parlato del Senso della Vita, del Senso della Morte, quando io ancora mi chiedo che senso abbia mettere assieme cioccolato e menta per fare gli After Eight.
Invece no. Silvia Greco ispira una immediata simpatia, e sa “tenere” molto bene il pubblico: infatti poi scopri che ha fatto per anni cabaret con un trio, “Le Spaventapassere”. Arturo Balostro dialoga con lei in modo elegante, splendido padrone di casa. Entrambi, poi, son riusciti nella non facile impresa di parlare con leggerezza di temi che leggeri non sono. Così ho scoperto che il libro è un controcanto fra due storie parallele, i cui personaggi -segnati da lutti importanti- sono destinati sì a incontrarsi, ma senza che ne nasca poi una storia d’amore. Quel che mi ha conquistato è stata una frase di Silvia, che riproduco come posso: “quando si perde una persona cara, si finisce per essere come su di un cavallo a dondolo: ci si dondola in quel dolore. Invece bisogna uscirne, mettere le ruote al cavallino e andare”. Alla fine il libro l’ho comprato e l’ho letto in un giorno.
Si parlava di letteratura. Il libro è godibilissimo e, pur presentando personaggi che si può ben definire “ai limiti”, descrive molto bene la realtà attuale. Suggestionato dalla copertina, durante la lettura ho avuto spesso la sensazione di trovarmi… a cavallo d’un cavallo a dondolo! Ogni volta che il racconto sembrava prendere la rincorsa per puntare decisamente in un senso, ecco che improvvisamente una forza uguale e contraria lo riportava in una direzione mediana. Ciò che rende il testo così riuscito è appunto la capacità di condurre la narrazione mantenendola in equilibrio: non si scade mai nel trash, pur sfiorandolo, non si sceglie mai la via del lirismo fine a sé stesso, anche se ci si arriva a un passo (vabbè, tranne che nel finale, ma lì tutto è concesso). Non si esagera nell’aspetto comico, ma questo è sempre presente, come un fiume carsico, anche quando le vicende narrate sono davvero tristi. Il linguaggio è originale, ma senza cedimenti a sgangheratezze che sono sicuramente efficaci a una prima lettura, ma lasciano poi il tempo che trovano. Nemmeno troppo grotteschi sono i personaggi: eh sì che ce ne sarebbe di materiale! Nino, narrato in prima persona, è un ragazzo ritardato, Marta una giovane irrequieta, e si incontreranno perché Nino ritaglia e colleziona i visi delle modelle dai giornaletti porno che gli regala il cugino, mentre Marta si ritrova ad essere una di queste, quando il suo viso viene utilizzato fraudolentemente per un fotomontaggio.
Pur senza diretti riferimenti all’attualità, la narrazione rende molto bene quello smarrimento che sembra essere la nota dominante dell’uomo attuale. Alla fine gli unici personaggi completamente positivi, assunti al rango di deus ex machina, risultano essere i nonni fricchettoni di Marta. Questo rende ancora più evidente la mancanza di una minima tensione verso l’alto, verso una qualche dimensione superiore che possa aiutare i protagonisti a riscattarsi da una realtà così vuota di prospettive e significati. Mettendo assieme tutti questi spunti, è evidente che “Un’imprecisa cosa felice” è sicuramente un testo non banale, che descrive la realtà usando diversi registri, e si presta a riflessioni profonde: in questo senso per me è sicuramente un testo letterario, al quale auguro ogni fortuna.
Alla fine, come dicevo, non sarà l’amore a trionfare, ma la poesia, in un finale dolcissimo e surreale. E io che non ho pianto quando meno di un anno fa è morto mio padre – non ho pianto perché in fondo la morte è una cosa naturale e logica – mentre  leggevo nell’Epilogo che le persone che se ne vanno “ci lasciano un sorriso”…. sì, in quel momento finalmente ho pianto. Grazie Silvia!

ISBN 978-88-98983-28-5

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Una storia per un’immagine

Anche quest’anno ho avuto l’onore di essere il presidente del concorso “Una storia per una immagine”, organizzato dalla Scuola Maestre Pie di Bologna, e rivolto ai ragazzi delle classi IV e V della Scuola Primaria, e delle tre classi della scuola secondaria di primo grado degli istituti statali, paritari o privati dell’Emilia Romagna. Dicevo “anche”, però la parola non rende, ma proprio per nulla, l’emozione sempre nuova che mi regala ogni anno questo concorso. Perché ormai la perfetta organizzatrice prof. Carlotta Zannini, le mie care, dolcissime e determinatissime Suor Stefania e Suor Rina, l’architetto e illustratore Romeo Pauselli e l’illustratrice Benedetta Lolli sono amici, e di quelli cari, che è bello ritrovare. Perché a volte succede, nella vita, di conoscere persone che prima ti colpiscono per la loro professionalità, poi ti conquistano con la loro forza, e quando infine capisci da cosa deriva questa loro forza, cioè dalla bellezza che hanno dentro, allora è un onore che loro si ricordino di te, ed essere coinvolti in qualcosa da loro è un po’ come godersi i raggi del sole in una bella mattina di primavera. Organizzare un concorso come questo non è affatto semplice! Scegliere le tre immagini che dovranno ispirare i racconti dei giovani autori, curare il blog del concorso, ricevere gli elaborati, coordinare il lavoro della giuria di esperti, avere la disponibilità  dei premi, raccogliere i racconti vincenti in un eBook illustrato, tutte cose che ogni anno sembrano  accadere per magia, ma comportano un grosso lavoro,  e io faccio davvero poco!

Il successo dell’iniziativa è innegabile. Quest’anno sono arrivati oltre 290 racconti (290!), che sono stati premiati sulla base dei voti online della “giuria popolare” e dalla “giuria degli esperti”.

Anche questa volta mi sono stupito per l’alta qualità  degli elaborati, tanto che era difficile individuare i vincitori, e per avere un elemento in più ho pensato di aggiungere alle categorie di giudizio, ormai consolidate negli anni,  quella del titolo scelto dai giovani autori per il loro racconto.

Sul sito http://unastoriaper1immagine.altervista.org/category/senza-categoria/  ci sono tutti i dettagli, le foto del concorso, e i testi vincitori. Ma chi non era presente non può immaginare la bellezza dei sorrisi che illuminavano il volto dei premiati nel momento dell’annuncio, e di come subito pensassero a consolare gli altri finalisti. Va anche detto che quest’anno oltre alla ormai tradizionale pergamena i vincitori ricevevano coppe degne di grandi tornei calcistici e altri omaggi: grazie per questo alla Associazione Nuova Agimap e a “La casa dei Saperi”.

Vorrei infine ricordare due cose.

La prima, è l’idea azzeccatissima che sta all’origine del concorso. In questa civiltà  dell’immagine, dove siamo sommersi e dominati dai messaggi visivi, chiedere ai ragazzi di concentrarsi su alcune immagini, sceglierne una, e spingerli a ricavarne una storia è proprio quello che una scuola deve fare: insegnare ai  nostri ragazzi ad usare il cervello, a mettersi alla prova, e far emergere i talenti.

La seconda, è la decisione della Scuola di dedicare un premio cultura a Gina Basso. Penso che sia il modo migliore di ricordare Gina, fra i ragazzi, parlando di valori, a scuola. Grande commozione quindi da parte di Lidia Basso, che ha premiato il racconto scelto perché capace di affrontare un tema caro a Gina, quello della immigrazione, con grande delicatezza e intelligenza. E grande commozione, evidentemente, da parte mia, nonché  gratitudine per Gina, visto che fu proprio lei a propormi per la “presidenza” di questo premio al quale collaborava.

 

 

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In coro tenendosi per mano

Lo so, non sono un mostro di tempestività, ma il motivo per parlare di questi evento ormai passato c’è, e lo scoprirà solo chi avrà la pazienza di leggere fino in fondo.

Venerdì 5 maggio 2017, al Cinema Perla in via San Donato 38, a Bologna, alle ore 21, si è tenuta una presentazione del libro “Lettere da Mariele… oltre le note dello Zecchino d’Oro”. Il libro, a cura del prestigioso giornalista Giuliano Musi, edito da Minerva Edizioni, raccoglie un minimo campione delle 30.000 lettere che Mariele scrisse ai suoi piccoli e grandi ammiratori. Già il numero delle lettere, e l’amorevole perseveranza con la quale Mariele non solo rispose a chi le si rivolgeva, ma conservava copia delle sue missive dattiloscritte, fa capire che la fondatrice del Piccolo Coro “Mariele Ventre” dell’Antoniano aveva una personalità davvero singolare e contribuisce a spiegare la necessità di continuare a parlare di questa piccola grande donna, che non è più fra noi da 22 anni.  Una necessità ben sentita dai suoi ex piccoli coristi, che hanno voluto organizzare in perfetta autonomia questa serata, con l’autorizzazione della Fondazione Mariele Ventre.

La sala del Cinema Perla era gremita e di fatto noi, in platea, siamo stati più che soddisfatti da una presentazione che ha saputo coniugare valori, spettacolo, nostalgia e bellezza. Uno schermo trametteva foto del Piccolo Coro mentre la lettura e il commento di alcune lettere del libro si alternava dall’esibizione dei Vecchioni. Sì, il nome può sembrare un po’ infelice, ma era proprio così che Mariele chiamava i suoi bambini quando diventavano “troppo vecchi” per essere ancora membri attivi del coro: in questa prospettiva quel nome, oggi riferito a uomini e donne adulte, fa molta tenerezza. Il coro, oltre che bravo, è stato davvero simpatico, e così il presentatore Marco Lui che ha saputo condurci con leggerezza nel mondo di Mariele dove abbiamo trovato Giuliano Musi, misurato e autorevole, e soprattutto Maria Antonietta Ventre, sorella minore di Mariele, con la sua controllata commozione e dolce autorevolezza.

Chi l’emozione proprio non ce l’ha fatta a contenerla sono stato io che, complice il buio della sala, mi sono commosso quando sono comparse le foto di Mariele con Gina Basso. E così, fingendo un attacco di rinite allergica, ho continuato a commuovermi vedendo sullo schermo le foto della bellissima famiglia Ventre, di Cino Tortorella allo stesso tempo marpione nel dominare il mezzo televisivo e paterno con i bambini, dei Frati dell’Antoniano così laboriosi e “moderni”… e poi dei tanti personaggi famosi, grandi e piccoli, che hanno popolato la nostra infanzia e il nostro paese quando era giovane, grande e pieno di speranze. Due riflessioni. La prima, tutta per Mariele, è che le “vecchie” canzoni dell’Antoniano sono proprio belle!  Mai banali, a volte  lucidamente folli come la mia preferita “Volevo un gatto nero”, allegre come “Sorridi” o bellissime e profonde come “Se per miracolo” e “Non abbiate paura”. La seconda, è che persino nei sorrisi dei bambini nelle foto del coro era evidente come, oltre alla dolcezza, alla semplicità, al desiderio di “fare spettacolo”, c’era in quei momenti la consapevolezza di essere persone, complete, a 3D, buone ma non buoniste, allegre ma non improvvisate, curiose del mondo e del futuro ma ben convinte che lo stare assieme in un modo ispirato dalla Fede è l’unica cosa che può dare all’uomo un po’ di felicità…
Capite ora perché la serata è stata così emozionante? Non per sentimentalismo, ma per l’amicizia, per l’aria di famiglia che veniva dai coristi, per la gratitudine di aver conosciuto qualcosa in più di persone così preziose come quelle che diedero vita al Piccolo Coro dell’Antoniano, per la gioia di condividere con tanti altri in sala un momento così bello.
Un momento così bello, lo ripeto, nato dalla passione e dalla capacità organizzativa di Francesca Bernardi (suo il blog Zucca Zoe, che vi consiglio) e dei Vecchioni. Spettacoli così dovrebbero essere trasmessi per TV, e replicati spesso.
Ed ecco il motivo del titolo, e di questo scritto non certo tempestivo. Fra le numerose attività della Fondazione Mariele Ventre, c’è anche quella di mantenere vivo il collegamento fra la miriadi di cori che sono nati ad imitazione del Piccolo Coro. Proprio oggi sabato 13 maggio 2017 alle ore 15.30 al Teatro Auditorium Manzoni di Bologna, con la conduzione di Valter Brugiolo (Popoff) e Gisella Gaudenzi, ci sarà “Scuole in coro per Mariele”, Rassegna di Cori Scolastici del territorio.  La capacità di coniugare spettacolo e contenuti educativi viene oggi declinata in una esibizione di cori scolastici, visti come momento di crescita individuale e comunitaria, in cui tutti possano trovare posto, lavorando assieme per il bene comune.
Lo so, sono un sentimentale, ma mi piace pensare che idealmente i cori scolastici, i Vecchioni, gli amici delle Verdi Note, i membri attuali del Piccolo Coro “Mariele Ventre” dell’Antoniano con le loro famiglie si tengano per mano dedicando le loro canzoni a Mariele.

 

 

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Vivo per vivere: incontro con gli studenti

Il 28 aprile scorso “Vivo per vivere”,  di Gina Basso e del sottoscritto, è tornato nelle scuole! L’incontro con le seconde medie delle scuole Maestre Pie di Bologna è stato particolarmente emozionante, perché nella medesima aula il libro era già stato presentato, alcuni anni fa, assieme a Gina: e l’incontro si è aperto con un commovente ricordo della nostra indimenticabile amica. Il libro è dedicato a temi scottanti, immigrazione e integrazione, argomenti non semplici da trattare davanti a una platea di ragazzi, ma quanto mai di attualità e quindi necessari di approfondimento.

L’incontro si è aperto con la condivisione di alcuni dati pubblicati proprio in quei giorni dall’OIM, Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, agenzia collegata alle Nazioni Unite dal 2016, che conta 166 stati membri. Infatti è stato sottolineato che il libro va affrontato secondo due piani di lettura: il primo, quello “giornalistico”, che descrive fatti reali (tutte le vicende narrate sono frutto di un lungo lavoro di approfondimento e di raccolta informazioni su episodi realmente accaduti, pur evitando collegamenti diretti alla cronaca), il secondo, quello empatico, che cerca la condivisione delle emozioni dei protagonisti.

Un tema difficile, dicevo, che tuttavia è stato affrontato in modo molto equilibrato dai docenti nelle classi, perché durante l’incontro le numerose domande dei ragazzi (sempre troppe per il tempo a disposizione) sono state davvero non banali.

Grazie ancora per questa splendida occasione!

Di “Vivo per vivere” si parla anche nella pagina Facebook dedicata

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Meglio di Jurassic Park

 

Narrativa – Dinotrappole. Matteo De Benedittis ed. San Paolo

Divertentissimo, anzi, di più: groaaaarghh! Arrivati a cinquant’anni, si sa, gli uomini cominciano a comprare auto decapottabili, a praticare sport improbabili, a tatuarsi o depilarsi (l’una o l’altra opzione dipende dalle condizioni di partenza), oppure si mettono assieme a ragazzine appena maggiorenni. Io a cinquantadue anni ho letto le “Dinotrappole”! Ed è un bellissimo modo per sentirsene otto, di anni, cioè l’età che avevo quando nel supermercato UPIM di via del Lavoro, a Bologna, trovai un libro sui dinosauri (suppongo l’unico esistente all’epoca) che consumai a forza di sfogliarlo. Quindi sì, Davidino, il protagonista, l’ho trovato molto credibile, da subito. E mentre io sfogliavo il libro di Matteo De Benedittis, e il mio fanciullino zompettava fra trappole e rettili, leggendo, non potevo che pensare che l’autore di Dinotrappole è proprio bravo! Perché non basta insegnare italiano, avere un figlio, degli alunni, e suonare il basso per inventarsi una storia così dolce e un linguaggio così colorato: son cose che non si improvvisano, bisogna essere in gamba, molto più del protagonista di Jurassic Park. Così le pagine dedicate a Davidino che, assieme a una compagna di classe nel giardino della nonna paleontologa, cerca di catturare dinosauri perché gli insegnino come si fa a diventare uno di loro, si leggono che è un piacere. Da otto a ottantotto anni d’età.

ISBN 978-88-215-9973-6

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Fata barbuta

 

Narrativa – FIABE COSI’ BELLE CHE NON IMMAGINERETE MAI. Ivano Porpora, LiberAria Editrice

Efficace. Dire che conosco Ivano Porpora sarebbe un falso storico, perché in realtà ho letto alcune sue cose, gli ho chiesto l’amicizia su Facebook, lui ha accettato, e così quello che so di lui è frutto degli algoritmi di un social network. Però devo ugualmente confessare un conflitto di interesse: per quel che lo conosco, Ivano Porpora mi è molto simpatico. Sarà perché è uno che ha un suo vissuto non semplice, sarà perché è uno che ha fatto dello scrivere la sua ragione di vita e di lavoro, sarà perché interpretiamo entrambi -lui con meno successo di me- questo archetipo della bellezza maschile stempiata, barbuta e (leggermente) sovrappeso che ci rende entrambi bellissimi. Insomma, lo ripeto, mi sta simpatico e penso che sia una gran bella persona. Così, quando è uscito “Fiabe così belle che non immaginerete mai” l’ho comprato subito, proprio perché mi incuriosiva come avrebbe interpretato il genere: direi che l’esperimento è riuscito molto molto molto bene. Non so se Ivano racconta queste  Fiabe ai suoi nipoti, forse è meglio di no, non tanto per i contenuti, di cui parleremo dopo, ma per l’italiano utilizzato, che è colloquiale, sgangherato, e allo stesso tempo non rinuncia ai tòpoi propri delle fiabe, primo fra tutti la reiterazione. La forma scelta quindi è il più grande rischio che si è assunto l’autore: può risultare simpaticissima, oppure inutilmente pesante. Vi dirò: il reame lontanissimo, alla quinta fiaba, avrebbe rischiato l’apocalisse nucleare, se solo avessi avuto a portata di mano il pulsante rosso. D’altro canto la forma scelta dovrebbe essere la più funzionale al contenuto, quindi da un punto di vista tecnico si deve concludere che sì, il linguaggio utilizzato è molto funzionale al contenuto di queste fiabe, che sono stralunate, sentimentali, personali, insomma molto moderne. Ma ciò che rende godibile il libro sono le morali che, immancabilmente e quasi sempre almeno in tre, sono presentate alla fine di ogni fiaba: morali che sono una rasoiata qui, sullo sterno, che arriva dritta al cuore, e non ne esce più. Grazie, Ivano, per queste fiabe così belle che non avremmo mai immaginato.

ISBN 978-88-97089-92-6

 

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