Cosa succede

E’ tanto facile…

Una “turpe” storia di amori infantili

Ieri 16 dicembre è stato l’anniversario della scomparsa dell’indimenticabile Mariele Ventre e come ogni anno l’Antoniano si è ritrovato nella Basilica di Sant’Antonio da Padova in Bologna per ricordarla. Tempo fa avevo scritto per la mia amica Francesca Bernardi il raccontino che segue e lei, che è persona piena di talenti, mi ha fatto l’onore di accoglierlo nella sua preziosa raccolta di Testimonianze Musicali, che trovate qui http://www.testimonianzemusicali.com. Ieri, però, quando ci siamo incontrati all’Antoniano, Francesca mi ha fatto il regalo che vedete in foto, e mi ha commosso. Perché? Se volete. potete scoprirlo  leggendo il racconto che segue.

Cosa ricordo del 1969? Non tanto, a dir la verità, e molti di quei ricordi riguardano la TV. Eh sì, perché appartengo a quella generazione per la quale la vita si distingue fra un prima e un dopo: prima e dopo che la TV entrasse in casa. Noi a dire la verità fummo gli ultimi, fra parenti e amici dei miei genitori, ad acquistare l’apparecchio, cosa che mia madre ha rinfacciato a mio padre per circa un cinquantennio. Così, una volta presa la decisione, fu giocoforza procurarsi l’ordigno più moderno disponibile sul mercato: da ultimi a possedere la televisione, diventammo i primi a possedere un televisore con il telecomando. Un telecomando, beninteso, non come quelli attuali, sottili, pieni di tasti colorati, silenziosi. Si trattava di uno scatolotto grande e spesso all’incirca come un paio di mazzi di carte, con un unico tasto, di dimensioni imbarazzanti, che premuto produceva il rumore metallico di una frustata sul cofano di una utilitaria. L’effetto, prodigioso, era quello di far cambiare canale al televisore: dal primo al secondo, dal secondo al primo. Allora, infatti, c’erano solo due canali RAI, e tale era l’elegante cortesia vigente fra le due reti, che quando su di un canale iniziava un nuovo programma, sull’altro in basso a destra dello schermo appariva un triangolino bianco. Così persino io, un bambinetto di 5-6 anni, senza alzarmi dalla sedia potevo scatenare il rumore metallico, far decollare i passerotti dal balcone, e cambiare canale per vedere cosa stesse cominciando.
Dicevo del clima elegante e misurato che caratterizzava le trasmissioni RAI dell’epoca. Nessuna parolaccia, abiti lussuosi, cortesi annunciatrici che ti spiegavano il palinsesto… era questo lo spettacolo offerto a me e ai miei genitori, che davanti allo schermo stavamo sul divano, io al centro e loro ai lati, perché i Simpson non hanno inventato nulla. Eppure erano già gli anni della contestazione, e Paolo Villaggio interpretava Professor Kranz, che maltrattava il pubblico. Noi guardavamo un po’ perplessi quelle esibizioni, pensando in cuor nostro che non fosse il caso di trattare così la gente, e che sarebbe stato preferibile uno stile più cortese e formale perché in fin dei conti eravamo pur sempre un pubblico pagante. Poi ci guardavamo con la coda dell’occhio e, per sembrare moderni, si diceva in coro: “Però, che forte, eh!”.
Fra le grandi novità della TV c’era lo Zecchino d’Oro. Canzoni per bambini cantate da bambini: una vera rivoluzione, in quell’epoca dove l’infanzia era una parentesi da chiudere in fretta, alla quale dedicare ben poca attenzione se non per ribadire l’imperativo “Crescete al più presto!”. Così, davvero rivoluzionaria doveva apparire agli adulti l’attenzione costante riservata ai più giovani nel palinsesto RAI. C’era la TV dei Ragazzi, una fascia oraria dedicata dalle 17 alle 18 dei giorni feriali, con programmi pensati e realizzati ad hoc. Ricordo una trasmissione dove le voci fuori campo di un papà e di un bambino commentavano le immagini che illustravano la vita degli animali… ma non quelli del Serengeti, bensì rane, lucertole, mosche… tutti gli esserini che potevamo incontrare uscendo di casa, ed era un modo molto efficace per imparare ad osservare quello che ci circondava. C’erano le avventure narrate con pupazzi di gommapiuma di Maria Perego, c’erano “contenitori” dove si insegnavano ai più giovani piccoli lavoretti da ripetere a casa “con l’aiuto di mamma e papà”… incredibile, vero? Al giorno d’oggi, che la rivoluzione è una cosa bell’e che fatta, e che sia ha tanta attenzione per i più deboli, non c’è nulla di simile, solo spot pubblicitari intervallati da cartoni animati d’importazione o varietà imperniati su bambini robotizzati. Nel sistema educativo dispiegato dalla RAI a due canali, invece, i piccoli avevano spazi a loro dedicati anche all’interno dei Varietà di intrattenimento per gli adulti, così che le diverse generazioni potessero riunirsi in armonia davanti all’unico apparecchio televisivo disponibile in casa.
Mi ricordo che le domeniche pomeriggio del ’69-’70 la mia famiglia mononucleare guardava “La domenica è un’altra cosa” presentata da Pisu, con Ric e Gian, altri comici e subrette dell’epoca, e il pupazzo Provolino. C’era anche la sigla finale, cantata dal Piccolo Coro dell’Antoniano, fondato da Mariele Ventre nel 1963, anch’esso rivoluzionario per l’epoca, ma di quelle rivoluzioni attente alle persone e ai più piccoli. A me di quella trasmissione importava un’unica cosa: la sigla finale, appunto, “E’ tanto facile”. Perché guardandola ebbi il mio primo colpo di fulmine.
Nella sigla i piccoli coristi invadevano lo studio della trasmissione pieno di palloncini. La cosa era perfettamente in linea con il testo della canzone, che parla appunto di palloni gonfiati, di fronte alla boria dei quali ci si può solo comportare così:
“È tanto facile, non è difficile:
prendilo come ti capita,
gonfialo e dopo pungilo
e lui fa BUM!”
Però… però rivediamo la scena con gli occhi di un bambino di cinque anni di quasi cinquant’anni fa. A quell’epoca uno degli status symbol più ambiti erano i palloncini. Sì, quelli che si vendevano ai giardini Margherita, colorati (monocromatici, ma di diversi colori), pieni di elio, volanti. Quelli per evitare i quali i papà al parco inventavano percorsi labirintici, ma poi ce li compravano, noi li facevamo scappare quasi subito, per cui bisognava comprarne un secondo che ci veniva legato al polso. E, mentre i nostri austeri padri si chiedevano se per caso avessero fatto dei bimbi scemi, noi si traevano grandi lezioni di vita da tutto ciò, indecisi se godere del piacere breve e intenso di guardare il palloncino sparire in alto nel cielo, o pregustare l’emozione misurata di tenere con sé il gioco avendone un controllo assoluto nel parco, portandolo a casa nella speranza che gli amichetti del cortile potessero vederlo, e quindi lasciandolo libero contro il soffitto della cameretta, felici per esserci finalmente affrancati dalla cordicella che ce l’assicurava al polso. Insomma, in un contesto del genere è evidente come quello studio pieno di palloncini dovesse apparire ai miei occhi come una esibizione di lusso sibaritico. E il fatto che i bambini dell’antoniano, ben vestiti e allegri, potessero giocare con quei palloni, lanciarli, farli scoppiare, prenderli a calci, senza che quelli volassero via, rendeva loro, già divi, piccoli dei.
Infatti non a caso la prima solista ad interpretare la canzone era Cristina d’Avena. Bellissima, con i codini, sorridente, lo sguardo birichino, camminava indisturbata in quella confusione, come Beatrice per la via, cantando benissimo. Ma, appena la telecamera si distraeva per inquadrare i piccoli coristi scorrazzare per lo studio, eccola: appariva lei. Nella confusione stava ferma, le mani dietro la schiena, già pronta ad interpretare la sua parte, ieratica. Poi eccola di nuovo, dare un calcetto a un pallone (ma con che grazia, eh!), spingere (ma con cortesia, eh!) una sua amica perché non rovinasse l’inquadratura infine, con un gesto autorevole come quello dell’Apollo di Olimpia, indicare a un’altra bambina la posizione da assumere. Finalmente, come una femmina adulta, si metteva a posto i capelli. Ce n’era più che abbastanza per attirare la mia attenzione. Il secondo brano solista era appannaggio di un ragazzino che non mi suscitava particolari emozioni, se non una leggera invidia per ruolo, vestiti e situazione: poteva andare bene per giocarci a nascondino, ecco, con lui che si nascondeva. Lei era lì, sullo sfondo, e guardava l’amichetto con uno sguardo attento ed esperto simile a quello di Mariele quando dirigeva i suoi bambini. Ma il terzo brano solista… ecco, alle parole “C’è sempre uno che vuole comandare” mi sembrava di volare, anzi di lanciarmi senza paracadute da una nuvola. A cantare era proprio lei. Elegante con la sua gonnellina, la camicetta bianca e il pullover, la pettinatura alla maschietta, forse non bella come Cristina d’Avena ma quel che si dice un “tipo”: comunque io la trovavo bellissima perché somigliava un po’ a Rita Pavone e un po’ a mia nonna. Pativo per lei quando un pallone l’urtava durante l’interpretazione, e avrei voluto volare nello studio brandendo un ago gigante per difenderla da simili offese. Ma lei, superiore alle ingiurie della vita, continuava a cantare come se nulla fosse, e quando guardando fuori camera intonava “però, però, però…” era più fatale di Mina in “Parole, parole, parole”. Io ne venivo totalmente conquistato: cosa succedesse dopo nella sigla non ve lo saprei dire, perché giacevo lì, sul divano, inerme fra i miei genitori ignari, con il cuore fermo e il cervello spappolato, travolto dalla forza dell’amore.
Questa estasi si ripeteva ogni domenica. Almeno finché non mi venne in mente che, in realtà, io ero un uomo già impegnato. Sì, perché avevo già una fidanzatina, e ufficiale per giunta. No, non parlo di Roberta, che all’asilo con i capelli a caschetto e la sua abilità nel giocare a palla avvelenata aveva fatto palpitare il mio cuore per qualche settimana. Parlo di lei, la trecciuta Daniela. Era successo che mia madre aveva fatto amicizia con la moglie del nostro medico di famiglia, che loro avevano una figlia, più grande di me di un anno, e che spesso passassimo pomeriggi tutti assieme, e organizzassimo piccole gite.
Daniela mi sopravanzava in tutto: in età, come ho detto, ma anche nella capacità di imporre la sua volontà ai genitori, e nella conoscenza del mondo. Lei, donna vissuta, era sempre informata su quale fosse il cantante più in voga, su quale fosse l’ultima moda nei vestiti per la Barbie, su cosa facessero i VIP. A tutto questo io potevo opporre solo la frequente lettura dei fumetti di Topolino: lei accoglieva con indulgenza le mie citazioni poi mi diceva di portare il suo cane di peluche a fare pipì in corridoio. In poche parole, ero il suo toy boy.
Fu così che, assieme al primo colpo di fulmine, sperimentai anche l’umiliante batticuore che si accompagna agli amori clandestini. Cosa sarebbe successo se la trecciuta avesse saputo della mia travolgente passione? Ma, ancora più grave, come avrei potuto coronare il mio amore e conoscere di persona quella sirena che, pur cantando “E’ così facile, non è difficile”, restava sideralmente irraggiungibile?
Un ulteriore tormento per la mia voluttà fu scoprire che la sigla era stata ospitata in un 45 giri che in copertina aveva un simpatico disegno con bambini dai capelli arancioni (il mio colore preferito del momento) e, incredibile a dirsi, una foto in bianco e nero che ritraeva proprio lei, la bellissima. Questo tributo al suo carisma da parte del fotografo, del grafico che aveva disegnato la copertina, della casa produttrice dei dischi, dei frati dell’Antoniano, di Mariele e del Destino non poteva che confermarmi nella mia passione. Così portai come per caso mia nonna, quella che le somigliava, davanti alla vetrina di un negozio di dischi in piazza Mikiewicz, che dopo poco divenne un negozio di caramelle e ora, appropriatosi di un insospettabile retrobottega, è una banca. Lì, in vetrina, c’era il 45 giri dei miei desideri: alla fine la nonna me lo comprò.
La foto della mia amata divenne oggetto quotidiano di venerazione, e mi sforzavo di riprodurre il disegno dei bambini che si trovava sul disco per poterle offrire in omaggio, quando l’avessi incontrata, quella mia opera assieme a un fascio di rose.
Però quando incontravo la trecciuta, la mia coscienza non mi dava pace. Così un giorno pensai che fosse giunto il momento di parlargliene, di questa cosa che mi era successa, e attendere gli eventi. Presi la faccenda alla larga: mentre eravamo in camera mia a giocare le mostrai la copertina e infilai il vinile nel mangiadischi arancione. Lei ascoltò la canzone senza manifestare alcuna emozione, e alla mia richiesta di fare il bis rispose che no, non era il caso, era meglio ascoltare un disco di Renato Rascel, che aveva visto nella pila di quelli dello Zecchino, perché le sembrava intellettualmente più stimolante. Come un automa, non sapendo che pensare, presi “E’ tanto facile…”, lo rimisi nella copertina, poi davanti ai primi segni di impazienza della trecciuta appoggiai il disco sulla poltrona e mi precipitai a inserire Rascel nel mangianastri. La trecciuta, assunta l’aria annoiata e vacua tipica degli intellettuali anni ‘70, con una piroetta piombò a sedere sulla poltrona. Schiacciando irrimediabilmente il disco e il mio amore.
Non so come ressi al dolore, forse solo per via della giovane età e delle condizioni fisiche eccellenti. Per dovere d’ospitalità evitai di far pesare alla trecciuta lo scempio che aveva appena commesso del disco e della mia vita, ma ricordo ancora quel pomeriggio come uno dei più tristi di sempre. Così, mentre lei ascoltava Rascel, io pensavo che quanto era successo rappresentava un lampante caso di punizione divina per il mio amore irregolare, che bisognasse imparare la lezione una volta per tutte, e pertanto giurai solennemente a me stesso di rinunciare per sempre alla fatale cantante.
La copertina con la foto della bellissima, però, rimaneva lì a tentarmi. Di più, non sopportavo di non poter ascoltare a comando la sua angelica voce, attività assolutamente necessaria per allenarmi ad esserle indifferente e confermarmi nel proposito di dimenticarla.
Così portai di nuovo mia nonna in piazza Mikiewicz e, dopo averle raccontato i fatti (non certo i miei sentimenti), presi ad insistere per avere una seconda copia del disco. Benché fosse restia a soddisfare ancora il mio desiderio di possedere il vinile già acquistato di una canzone che potevo riascoltare gratis ogni domenica, alla fine mia nonna cedette.
Eppure, questo secondo disco era diverso. La copertina, prima di tutto. Era sempre ritratta lei, la bellissima, ma i bambini del disegno avevano ora i capelli gialli, non più del bell’arancione della versione precedente. Anche la qualità del suono mi sembrava minore.
Ma, poiché “Giove dall’alto sorride degli spergiuri degli amanti”, già i miei sentimenti si stavano orientando verso la ricciolina Graziella, la compagna di banco che mi rimetteva in ordine l’astuccio. E mi confortava non poco sapere che, se la trecciuta le si fosse seduta sopra, la ricciolina avrebbe saputo difendersi.
Riccardo Medici
Maggio 2017

Standard
Cosa leggo

La nemesi del secondo

Narrativa – L’INGANNO DELL’IPPOCASTANO di Mariano Sabatini. Ed. Salani

Lo ammetto, sono uno snob. E forse per questo, quando un romanzo ha successo, anche se l’ho letto, non ne parlo subito, ma dopo, quando cioè il romanzo ha raggiunto eccellenti livelli di vendite e magari vinto premi prestigiosi come il Flaiano e il Romiti. Quando cioè molti l’hanno letto, in tanti ne hanno parlato, e io posso scriverne liberamente, perché ormai faccio poco danno.
Ma la decisione non è mai gratuita, nel senso che il romanzo suddetto, per deciderne di scriverne appunto, deve avermi colpito. Sennò, dove sta il divertimento? A volte basta poco, una immagine, una suggestione, quello che io chiamo “un profumo”. E scatta l’amore. Amore altrimenti onanistico, se non se ne fa una recensione, a questo punto dovuta.
E’ il caso de “L’inganno dell’ippocastano”, di Mariano Sabatini, ed. Salani, che mi ha colpito per un aggettivo. Avete presente i gabbiani, no? Simbolo di libertà e indipendenza, tutti inevitabilmente maschi, con nomi inglesi cool tipo Jonathan o Livingston o tutt’e due assieme, voce britannicamente cacofonica, imbiancati, penne e arie, visione idilliaca da Gente o meglio Grand’Hotel. Bhé, visti da vicino fanno paura, i gabbiani, sono degli uccellacci sgraziati, lanciano versi raccapriccianti, hanno il becco adunco e occhi da squalo. Perciò, leggere: “i gabbiani planavano sul Tevere, di tanto in tanto lanciando gemiti maligni e tuffandosi in acqua, dopo essere rimasti quasi in sospensione sfruttando la brezza” mi ha conquistato. Leggere quel “maligni” è stato come darmi un cinque con l’autore, e ho pensato che sì, Mariano Sabatini è un ottimo scrittore, e “L’inganno” un buon libro da leggere. Soldi ben spesi, urrà! Impressione peraltro confermata proseguendo nella lettura: un buon libro, che sa calare la realtà nella pagina stampata con efficacia, assicurando al lettore appassionato di storie gialle ore piacevoli.
Anche se la fine è nota, non è bello anticiparla, e la quarta di copertina sta lì apposta per chi vuole sapere qualcosa della storia narrata: ad essa vi rimando, e approfittiamo di questo tempo in compagnia per annusarlo assieme, questo Inganno.
C’è anzitutto un odore di garum, non sempre gradevole ma c’è a chi piace, che è quello di Roma Imperiale. Roma sempre presente nel racconto, quasi un personaggio a sé. Roma imperiale nell’accezione di decadente, disillusa, stanca. Terribilmente attuale, purtroppo.
C’è anche la fragranza di un altro romanzo, amatissimo, “La donna della domenica”: per il taglio introspettivo, per alcuni tratti dei personaggi, per il legame così forte della narrazione con città invero così diverse (Torino e Roma) ma ora in questo tempo tanto assimilabili, per quel non so che di sessualmente morboso, là forse un po’ meno e qui un po’ più evidente, che si rispecchia nel cinismo di certe vicende e nel degrado di certe scene.
C’è infine odore asprigno di “giallo”, perché Sabatini -sappiatelo!- conosce e domina tutte le regole del genere, e lo si tocca con mano.
Acquisito quanto sopra, che non è poco, ci si chiederà ora In cosa si distingue “L’inganno dell’ippocastano”. Forse nella figura di Malinverno, il giornalista protagonista, così maschio nel bene e nel male da risultare originale nel panorama degli investigatori moderni? Nella capacità di movimentare con cambi di scena un modo di narrare introspettivo, che quindi potrebbe alla lunga risultare un po’statico?
Per me “L’inganno” si distingue fra gli altri romanzi del genere, e acquista valore attuale, non tanto per ciò che è, ma per ciò che sarà. Come si svilupperà la diade Malinverno-Guerci, così funzionale alla narrazione, e tanto naturale in un gioco di specchi fra i due personaggi di carta e la personalità dell’Autore? I riferimenti all’attualità, così meravigliosamente profetici nell’Inganno, resteranno una nota tipica nel nuovo romanzo di Sabatini? E, se sì, come si evolverà questo rapporto con il reale? In una astrazione realistica, come ci si aspetta dalla vera letteratura, o in un manierismo di per sé molto efficace. ma destinato a rimanere confinato nel perimetro di un ombrellone durante una lettura estiva?
Lo scopriremo solo leggendo l’imminente “Primo venne Caino”, in uscita il 25 gennaio 2018: nell’attesa, chi non l’avesse ancora fatto ha giusto il tempo per procurarsi “L’inganno dell’ippocastano”, magari approfittando dell’uscita per le edizioni Tea tascabile.

Standard
Cosa leggo

Stelle cadenti

Narrativa – UN’IMPROVVISA COSA FELICE di Silvia Greco. Ed. Hacca

Intrigante. Che cos’è la letteratura? No, non lo so, son troppo ignorante per dare una risposta valida a questa domanda. Posso dire però che, ad occhio e croce, un libro , per essere un buon libro, dovrebbe avere elementi drammatici, altri comici, un pizzico di giallo, una pennellata rosa e, soprattutto, rappresentare in modo fedele l’epoca descritta. Poi sì, anche avere un buon titolo e una bella copertina aiuta.
“Un’improvvisa cosa felice” di Silvia Greco (Hacca edizioni 2017) ha sicuramente un bel titolo ma, lo ammetto, prima di tutto, mesi fa, mi colpì la copertina. Trovo il cavallo a dondolo, con le rotelle, di una simpatia irresistibile. Così non si contano le volte in cui entrando in libreria ho preso in mano il volume per cercare di capire di cosa si trattasse. Perché se la copertina ritrae un giocattolo, il titolo poetico non ha nulla di infantile anzi è un po’ ermetico, mentre la sinossi parla di persone e vite che si spezzano, di rese al dolore… ohibò! Così ogni volta ho rinunciato all’acquisto.
Alla fine, però, mi sono ritrovato nella splendida cornice della Mondadori di Via D’Azeglio, Bologna, alla presentazione di “Un’improvvisa cosa felice”. Un bel po’ prevenuto, aggiungo. Mi aspettavo non so perché una di quelle chiacchierate dottissime, dove ti senti davvero schiacciato dalla esibizione di cultura dell’Autore e del Relatore, e rimpiangi di non aver scelto come hobby la pesca della balena bianca.
Temevo poi che si sarebbe parlato del Senso della Vita, del Senso della Morte, quando io ancora mi chiedo che senso abbia mettere assieme cioccolato e menta per fare gli After Eight.
Invece no. Silvia Greco ispira una immediata simpatia, e sa “tenere” molto bene il pubblico: infatti poi scopri che ha fatto per anni cabaret con un trio, “Le Spaventapassere”. Arturo Balostro dialoga con lei in modo elegante, splendido padrone di casa. Entrambi, poi, son riusciti nella non facile impresa di parlare con leggerezza di temi che leggeri non sono. Così ho scoperto che il libro è un controcanto fra due storie parallele, i cui personaggi -segnati da lutti importanti- sono destinati sì a incontrarsi, ma senza che ne nasca poi una storia d’amore. Quel che mi ha conquistato è stata una frase di Silvia, che riproduco come posso: “quando si perde una persona cara, si finisce per essere come su di un cavallo a dondolo: ci si dondola in quel dolore. Invece bisogna uscirne, mettere le ruote al cavallino e andare”. Alla fine il libro l’ho comprato e l’ho letto in un giorno.
Si parlava di letteratura. Il libro è godibilissimo e, pur presentando personaggi che si può ben definire “ai limiti”, descrive molto bene la realtà attuale. Suggestionato dalla copertina, durante la lettura ho avuto spesso la sensazione di trovarmi… a cavallo d’un cavallo a dondolo! Ogni volta che il racconto sembrava prendere la rincorsa per puntare decisamente in un senso, ecco che improvvisamente una forza uguale e contraria lo riportava in una direzione mediana. Ciò che rende il testo così riuscito è appunto la capacità di condurre la narrazione mantenendola in equilibrio: non si scade mai nel trash, pur sfiorandolo, non si sceglie mai la via del lirismo fine a sé stesso, anche se ci si arriva a un passo (vabbè, tranne che nel finale, ma lì tutto è concesso). Non si esagera nell’aspetto comico, ma questo è sempre presente, come un fiume carsico, anche quando le vicende narrate sono davvero tristi. Il linguaggio è originale, ma senza cedimenti a sgangheratezze che sono sicuramente efficaci a una prima lettura, ma lasciano poi il tempo che trovano. Nemmeno troppo grotteschi sono i personaggi: eh sì che ce ne sarebbe di materiale! Nino, narrato in prima persona, è un ragazzo ritardato, Marta una giovane irrequieta, e si incontreranno perché Nino ritaglia e colleziona i visi delle modelle dai giornaletti porno che gli regala il cugino, mentre Marta si ritrova ad essere una di queste, quando il suo viso viene utilizzato fraudolentemente per un fotomontaggio.
Pur senza diretti riferimenti all’attualità, la narrazione rende molto bene quello smarrimento che sembra essere la nota dominante dell’uomo attuale. Alla fine gli unici personaggi completamente positivi, assunti al rango di deus ex machina, risultano essere i nonni fricchettoni di Marta. Questo rende ancora più evidente la mancanza di una minima tensione verso l’alto, verso una qualche dimensione superiore che possa aiutare i protagonisti a riscattarsi da una realtà così vuota di prospettive e significati. Mettendo assieme tutti questi spunti, è evidente che “Un’imprecisa cosa felice” è sicuramente un testo non banale, che descrive la realtà usando diversi registri, e si presta a riflessioni profonde: in questo senso per me è sicuramente un testo letterario, al quale auguro ogni fortuna.
Alla fine, come dicevo, non sarà l’amore a trionfare, ma la poesia, in un finale dolcissimo e surreale. E io che non ho pianto quando meno di un anno fa è morto mio padre – non ho pianto perché in fondo la morte è una cosa naturale e logica – mentre  leggevo nell’Epilogo che le persone che se ne vanno “ci lasciano un sorriso”…. sì, in quel momento finalmente ho pianto. Grazie Silvia!

ISBN 978-88-98983-28-5

Standard
Cosa succede

Una storia per un’immagine

Anche quest’anno ho avuto l’onore di essere il presidente del concorso “Una storia per una immagine”, organizzato dalla Scuola Maestre Pie di Bologna, e rivolto ai ragazzi delle classi IV e V della Scuola Primaria, e delle tre classi della scuola secondaria di primo grado degli istituti statali, paritari o privati dell’Emilia Romagna. Dicevo “anche”, però la parola non rende, ma proprio per nulla, l’emozione sempre nuova che mi regala ogni anno questo concorso. Perché ormai la perfetta organizzatrice prof. Carlotta Zannini, le mie care, dolcissime e determinatissime Suor Stefania e Suor Rina, l’architetto e illustratore Romeo Pauselli e l’illustratrice Benedetta Lolli sono amici, e di quelli cari, che è bello ritrovare. Perché a volte succede, nella vita, di conoscere persone che prima ti colpiscono per la loro professionalità, poi ti conquistano con la loro forza, e quando infine capisci da cosa deriva questa loro forza, cioè dalla bellezza che hanno dentro, allora è un onore che loro si ricordino di te, ed essere coinvolti in qualcosa da loro è un po’ come godersi i raggi del sole in una bella mattina di primavera. Organizzare un concorso come questo non è affatto semplice! Scegliere le tre immagini che dovranno ispirare i racconti dei giovani autori, curare il blog del concorso, ricevere gli elaborati, coordinare il lavoro della giuria di esperti, avere la disponibilità  dei premi, raccogliere i racconti vincenti in un eBook illustrato, tutte cose che ogni anno sembrano  accadere per magia, ma comportano un grosso lavoro,  e io faccio davvero poco!

Il successo dell’iniziativa è innegabile. Quest’anno sono arrivati oltre 290 racconti (290!), che sono stati premiati sulla base dei voti online della “giuria popolare” e dalla “giuria degli esperti”.

Anche questa volta mi sono stupito per l’alta qualità  degli elaborati, tanto che era difficile individuare i vincitori, e per avere un elemento in più ho pensato di aggiungere alle categorie di giudizio, ormai consolidate negli anni,  quella del titolo scelto dai giovani autori per il loro racconto.

Sul sito http://unastoriaper1immagine.altervista.org/category/senza-categoria/  ci sono tutti i dettagli, le foto del concorso, e i testi vincitori. Ma chi non era presente non può immaginare la bellezza dei sorrisi che illuminavano il volto dei premiati nel momento dell’annuncio, e di come subito pensassero a consolare gli altri finalisti. Va anche detto che quest’anno oltre alla ormai tradizionale pergamena i vincitori ricevevano coppe degne di grandi tornei calcistici e altri omaggi: grazie per questo alla Associazione Nuova Agimap e a “La casa dei Saperi”.

Vorrei infine ricordare due cose.

La prima, è l’idea azzeccatissima che sta all’origine del concorso. In questa civiltà  dell’immagine, dove siamo sommersi e dominati dai messaggi visivi, chiedere ai ragazzi di concentrarsi su alcune immagini, sceglierne una, e spingerli a ricavarne una storia è proprio quello che una scuola deve fare: insegnare ai  nostri ragazzi ad usare il cervello, a mettersi alla prova, e far emergere i talenti.

La seconda, è la decisione della Scuola di dedicare un premio cultura a Gina Basso. Penso che sia il modo migliore di ricordare Gina, fra i ragazzi, parlando di valori, a scuola. Grande commozione quindi da parte di Lidia Basso, che ha premiato il racconto scelto perché capace di affrontare un tema caro a Gina, quello della immigrazione, con grande delicatezza e intelligenza. E grande commozione, evidentemente, da parte mia, nonché  gratitudine per Gina, visto che fu proprio lei a propormi per la “presidenza” di questo premio al quale collaborava.

 

 

Standard
Senza categoria

In coro tenendosi per mano

Lo so, non sono un mostro di tempestività, ma il motivo per parlare di questi evento ormai passato c’è, e lo scoprirà solo chi avrà la pazienza di leggere fino in fondo.

Venerdì 5 maggio 2017, al Cinema Perla in via San Donato 38, a Bologna, alle ore 21, si è tenuta una presentazione del libro “Lettere da Mariele… oltre le note dello Zecchino d’Oro”. Il libro, a cura del prestigioso giornalista Giuliano Musi, edito da Minerva Edizioni, raccoglie un minimo campione delle 30.000 lettere che Mariele scrisse ai suoi piccoli e grandi ammiratori. Già il numero delle lettere, e l’amorevole perseveranza con la quale Mariele non solo rispose a chi le si rivolgeva, ma conservava copia delle sue missive dattiloscritte, fa capire che la fondatrice del Piccolo Coro “Mariele Ventre” dell’Antoniano aveva una personalità davvero singolare e contribuisce a spiegare la necessità di continuare a parlare di questa piccola grande donna, che non è più fra noi da 22 anni.  Una necessità ben sentita dai suoi ex piccoli coristi, che hanno voluto organizzare in perfetta autonomia questa serata, con l’autorizzazione della Fondazione Mariele Ventre.

La sala del Cinema Perla era gremita e di fatto noi, in platea, siamo stati più che soddisfatti da una presentazione che ha saputo coniugare valori, spettacolo, nostalgia e bellezza. Uno schermo trametteva foto del Piccolo Coro mentre la lettura e il commento di alcune lettere del libro si alternava dall’esibizione dei Vecchioni. Sì, il nome può sembrare un po’ infelice, ma era proprio così che Mariele chiamava i suoi bambini quando diventavano “troppo vecchi” per essere ancora membri attivi del coro: in questa prospettiva quel nome, oggi riferito a uomini e donne adulte, fa molta tenerezza. Il coro, oltre che bravo, è stato davvero simpatico, e così il presentatore Marco Lui che ha saputo condurci con leggerezza nel mondo di Mariele dove abbiamo trovato Giuliano Musi, misurato e autorevole, e soprattutto Maria Antonietta Ventre, sorella minore di Mariele, con la sua controllata commozione e dolce autorevolezza.

Chi l’emozione proprio non ce l’ha fatta a contenerla sono stato io che, complice il buio della sala, mi sono commosso quando sono comparse le foto di Mariele con Gina Basso. E così, fingendo un attacco di rinite allergica, ho continuato a commuovermi vedendo sullo schermo le foto della bellissima famiglia Ventre, di Cino Tortorella allo stesso tempo marpione nel dominare il mezzo televisivo e paterno con i bambini, dei Frati dell’Antoniano così laboriosi e “moderni”… e poi dei tanti personaggi famosi, grandi e piccoli, che hanno popolato la nostra infanzia e il nostro paese quando era giovane, grande e pieno di speranze. Due riflessioni. La prima, tutta per Mariele, è che le “vecchie” canzoni dell’Antoniano sono proprio belle!  Mai banali, a volte  lucidamente folli come la mia preferita “Volevo un gatto nero”, allegre come “Sorridi” o bellissime e profonde come “Se per miracolo” e “Non abbiate paura”. La seconda, è che persino nei sorrisi dei bambini nelle foto del coro era evidente come, oltre alla dolcezza, alla semplicità, al desiderio di “fare spettacolo”, c’era in quei momenti la consapevolezza di essere persone, complete, a 3D, buone ma non buoniste, allegre ma non improvvisate, curiose del mondo e del futuro ma ben convinte che lo stare assieme in un modo ispirato dalla Fede è l’unica cosa che può dare all’uomo un po’ di felicità…
Capite ora perché la serata è stata così emozionante? Non per sentimentalismo, ma per l’amicizia, per l’aria di famiglia che veniva dai coristi, per la gratitudine di aver conosciuto qualcosa in più di persone così preziose come quelle che diedero vita al Piccolo Coro dell’Antoniano, per la gioia di condividere con tanti altri in sala un momento così bello.
Un momento così bello, lo ripeto, nato dalla passione e dalla capacità organizzativa di Francesca Bernardi (suo il blog Zucca Zoe, che vi consiglio) e dei Vecchioni. Spettacoli così dovrebbero essere trasmessi per TV, e replicati spesso.
Ed ecco il motivo del titolo, e di questo scritto non certo tempestivo. Fra le numerose attività della Fondazione Mariele Ventre, c’è anche quella di mantenere vivo il collegamento fra la miriadi di cori che sono nati ad imitazione del Piccolo Coro. Proprio oggi sabato 13 maggio 2017 alle ore 15.30 al Teatro Auditorium Manzoni di Bologna, con la conduzione di Valter Brugiolo (Popoff) e Gisella Gaudenzi, ci sarà “Scuole in coro per Mariele”, Rassegna di Cori Scolastici del territorio.  La capacità di coniugare spettacolo e contenuti educativi viene oggi declinata in una esibizione di cori scolastici, visti come momento di crescita individuale e comunitaria, in cui tutti possano trovare posto, lavorando assieme per il bene comune.
Lo so, sono un sentimentale, ma mi piace pensare che idealmente i cori scolastici, i Vecchioni, gli amici delle Verdi Note, i membri attuali del Piccolo Coro “Mariele Ventre” dell’Antoniano con le loro famiglie si tengano per mano dedicando le loro canzoni a Mariele.

 

 

Standard
Cosa succede

Vivo per vivere: incontro con gli studenti

Il 28 aprile scorso “Vivo per vivere”,  di Gina Basso e del sottoscritto, è tornato nelle scuole! L’incontro con le seconde medie delle scuole Maestre Pie di Bologna è stato particolarmente emozionante, perché nella medesima aula il libro era già stato presentato, alcuni anni fa, assieme a Gina: e l’incontro si è aperto con un commovente ricordo della nostra indimenticabile amica. Il libro è dedicato a temi scottanti, immigrazione e integrazione, argomenti non semplici da trattare davanti a una platea di ragazzi, ma quanto mai di attualità e quindi necessari di approfondimento.

L’incontro si è aperto con la condivisione di alcuni dati pubblicati proprio in quei giorni dall’OIM, Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, agenzia collegata alle Nazioni Unite dal 2016, che conta 166 stati membri. Infatti è stato sottolineato che il libro va affrontato secondo due piani di lettura: il primo, quello “giornalistico”, che descrive fatti reali (tutte le vicende narrate sono frutto di un lungo lavoro di approfondimento e di raccolta informazioni su episodi realmente accaduti, pur evitando collegamenti diretti alla cronaca), il secondo, quello empatico, che cerca la condivisione delle emozioni dei protagonisti.

Un tema difficile, dicevo, che tuttavia è stato affrontato in modo molto equilibrato dai docenti nelle classi, perché durante l’incontro le numerose domande dei ragazzi (sempre troppe per il tempo a disposizione) sono state davvero non banali.

Grazie ancora per questa splendida occasione!

Di “Vivo per vivere” si parla anche nella pagina Facebook dedicata

Standard
Cosa leggo

Meglio di Jurassic Park

 

Narrativa – Dinotrappole. Matteo De Benedittis ed. San Paolo

Divertentissimo, anzi, di più: groaaaarghh! Arrivati a cinquant’anni, si sa, gli uomini cominciano a comprare auto decapottabili, a praticare sport improbabili, a tatuarsi o depilarsi (l’una o l’altra opzione dipende dalle condizioni di partenza), oppure si mettono assieme a ragazzine appena maggiorenni. Io a cinquantadue anni ho letto le “Dinotrappole”! Ed è un bellissimo modo per sentirsene otto, di anni, cioè l’età che avevo quando nel supermercato UPIM di via del Lavoro, a Bologna, trovai un libro sui dinosauri (suppongo l’unico esistente all’epoca) che consumai a forza di sfogliarlo. Quindi sì, Davidino, il protagonista, l’ho trovato molto credibile, da subito. E mentre io sfogliavo il libro di Matteo De Benedittis, e il mio fanciullino zompettava fra trappole e rettili, leggendo, non potevo che pensare che l’autore di Dinotrappole è proprio bravo! Perché non basta insegnare italiano, avere un figlio, degli alunni, e suonare il basso per inventarsi una storia così dolce e un linguaggio così colorato: son cose che non si improvvisano, bisogna essere in gamba, molto più del protagonista di Jurassic Park. Così le pagine dedicate a Davidino che, assieme a una compagna di classe nel giardino della nonna paleontologa, cerca di catturare dinosauri perché gli insegnino come si fa a diventare uno di loro, si leggono che è un piacere. Da otto a ottantotto anni d’età.

ISBN 978-88-215-9973-6

Standard
Cosa leggo

Fata barbuta

 

Narrativa – FIABE COSI’ BELLE CHE NON IMMAGINERETE MAI. Ivano Porpora, LiberAria Editrice

Efficace. Dire che conosco Ivano Porpora sarebbe un falso storico, perché in realtà ho letto alcune sue cose, gli ho chiesto l’amicizia su Facebook, lui ha accettato, e così quello che so di lui è frutto degli algoritmi di un social network. Però devo ugualmente confessare un conflitto di interesse: per quel che lo conosco, Ivano Porpora mi è molto simpatico. Sarà perché è uno che ha un suo vissuto non semplice, sarà perché è uno che ha fatto dello scrivere la sua ragione di vita e di lavoro, sarà perché interpretiamo entrambi -lui con meno successo di me- questo archetipo della bellezza maschile stempiata, barbuta e (leggermente) sovrappeso che ci rende entrambi bellissimi. Insomma, lo ripeto, mi sta simpatico e penso che sia una gran bella persona. Così, quando è uscito “Fiabe così belle che non immaginerete mai” l’ho comprato subito, proprio perché mi incuriosiva come avrebbe interpretato il genere: direi che l’esperimento è riuscito molto molto molto bene. Non so se Ivano racconta queste  Fiabe ai suoi nipoti, forse è meglio di no, non tanto per i contenuti, di cui parleremo dopo, ma per l’italiano utilizzato, che è colloquiale, sgangherato, e allo stesso tempo non rinuncia ai tòpoi propri delle fiabe, primo fra tutti la reiterazione. La forma scelta quindi è il più grande rischio che si è assunto l’autore: può risultare simpaticissima, oppure inutilmente pesante. Vi dirò: il reame lontanissimo, alla quinta fiaba, avrebbe rischiato l’apocalisse nucleare, se solo avessi avuto a portata di mano il pulsante rosso. D’altro canto la forma scelta dovrebbe essere la più funzionale al contenuto, quindi da un punto di vista tecnico si deve concludere che sì, il linguaggio utilizzato è molto funzionale al contenuto di queste fiabe, che sono stralunate, sentimentali, personali, insomma molto moderne. Ma ciò che rende godibile il libro sono le morali che, immancabilmente e quasi sempre almeno in tre, sono presentate alla fine di ogni fiaba: morali che sono una rasoiata qui, sullo sterno, che arriva dritta al cuore, e non ne esce più. Grazie, Ivano, per queste fiabe così belle che non avremmo mai immaginato.

ISBN 978-88-97089-92-6

 

Standard
Cosa succede

Generosi, solidali e rispettosi

Per la quarta volta l’Istituto Suore Pie dell’Immacolata Concezione di Ascoli Piceno ha assegnato borse di studio ad alunni della scuola Primaria, Media e Superiore. Le borse di studio sono offerte dall’ingegner Flavio Andreoli e hanno la finalità di promuovere fra gli alunni comportamenti solidali, generosi e rispettosi dei coetanei e dell’ambiente, alla luce degli insegnamenti del Fondatore della congregazione delle Suore Pie dell’Immacolata Concezione, il venerabile Francesco Antonio Marcucci. Quest’anno Suor Maria Paola Giobbi ha pensato bene di organizzare una tavola rotonda fra alcuni studenti e di chiedere a me di fare da moderatore. La cosa si è svolta sabato 26 novembre a San Benedetto del Tronto, in una allegra confusione, fra il sottoscritto che sbagliava tutti i nomi dei premiati e si perdeva nelle moderne definizioni delle classi di appartenenza, i ragazzi in sala che… facevano i ragazzi, quelli sul palco che… facevano gli adulti, e l’emozione dei genitori. In qualche modo ce la siamo cavata. Sono doverosi quanto sentiti i ringraziamenti per Suor Maria Paola per l’invito e per Madre Flaviana per l’ospitalità. Ho consigliato ai ragazzi di conservare il bando della Borsa di Studio, e di rileggerlo ogni tanto negli anni a venire, perché le riflessioni di Suor Maria Paola sul tema “Generosi, soldali e rispettosi” sono davvero profonde: il significato delle parole è chiaro, ma la vita non mancherà di moltiplicare gli esempi in cui i ragazzi potranno rispecchiare gli insegnamenti ricevuti. I ragazzi presenti alla tavola rotonda si sono dimostrati, oltre che generosi, solidali e rispettosi, anche bravi e profondi nelle loro riflessioni. Credetemi, sono anche belli, ma per motivi di privacy ho preferito nascondere i loro volti nelle foto.15194311_957204784384134_8082206052168074197_ofoto.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Standard